Le lotte di classe in Francia nel XXI secolo

Di Salvatore Minolfi

La storia del nostro paese è, con tutta evidenza, dinanzi ad un nuovo tornante. Tuttavia, concediamoci per un momento il lusso di ignorare le pur prevedibili conseguenze socio-economiche del post-Covid, con le quali tra poco saremo chiamati a fare i conti. Anzi, riposizioniamoci all’altezza del febbraio 2020, in modo che la finzione appaia più persuasiva. Ecco, un italiano che volesse tracciare un sintetico bilancio dell’ultimo quarto di secolo del paese avrebbe dinanzi a sé un quadro d’insieme veramente scoraggiante: un declino apparentemente inarrestabile del paese, una stagnazione economica punteggiata da vere e proprie recessioni, una crisi di lungo periodo della produttività, una deflazione salariale quasi permanente, il soffocamento della domanda interna, l’aumento delle disuguaglianze di ogni genere, l’esasperazione degli squilibri tra le diverse aree del paese, lo spettro di un’incombente crisi demografica (composta da un calo della natalità e dalla ripresa di un flusso migratorio, soprattutto giovanile, in uscita dal paese). Se aggiungiamo – elemento a suo modo decisivo e rivelativo – una crisi politica profonda che ha visto il drastico ridimensionamento dei principali attori politici della cosiddetta “seconda Repubblica”, il quadro è pressoché completo. Esso delinea i contorni di un fallimento storico senza appello: trent’anni “pietosi” (come hanno sintetizzato Massimo Pivetti e Aldo Barba[1]) in contrappunto ai precedenti “Trenta gloriosi” celebrati dall’economista francese Jean Fourastié nel suo libro del 1979.

L’anno scorso – sempre in tema di bilanci storici – uno studio del Centre for European Policy di Friburgo, affermava che erano stati l’Italia e la Francia i grandi perdenti dell’Europa di Maastricht: si stimava, infatti, che, nel periodo 1999-2017, il nostro paese avesse lasciato sul terreno 4.325 miliardi di euro di PIL, mentre i nostri cugini d’oltralpe ci avevano seguito a poca distanza con una perdita di 3.591 miliardi[2]. I vincitori erano, sostanzialmente, la Germania (+1.893 mld) e l’Olanda (+346 mld).

Altri elementi che accomunano Italia e Francia nel destino di “perdenti” dell’area euro sono l’enorme debito pubblico (intorno ai 2.400 mld di euro alla fine del 2019, per entrambi i paesi)[3], il drastico ridimensionamento delle rispettive piattaforme produttive e un tasso di disoccupazione stabilmente elevato (di poco sotto il 10%).

Destini paralleli, per certi aspetti, ma non del tutto e, soprattutto, non sempre. Uno studio dell’Institute for New Economic Thinking chiarisce che il PIL italiano rappresentava l’85% di quello francese nel 1960, il 97% nel 1995 (dopo un’epoca di crescita sostanzialmente continua), per poi ricadere all’82% nel 2018 (su una soglia, dunque, più bassa del 1960)[4].

Discontinuità e differenti articolazioni dei percorsi storici non devono impedirci, però, di cogliere quelle evidenze che si impongono quando il nostro sguardo cerca di intuire sinteticamente la cifra di un’intera epoca storica. Oltre i dati socio-economici, nella loro essenziale durezza, è la stessa vicenda politica che ci impone di riflettere sulle traiettorie dei due paesi. Le elezioni presidenziali del 2017, in Francia, sancirono la scomparsa di quella classe dirigente socialista che era stata, a partire dagli anni Ottanta, la vera regista della conversione del processo di integrazione europea nel progetto unionista e nella costruzione della sovrastruttura giuridica e politica incarnatasi nel Trattato di Maastricht. È difficile immaginare, nella vicenda politica di un paese, un giudizio della storia più duro e inappellabile. Un anno dopo, le elezioni politiche italiane del 2018 avrebbero prodotto un terremoto politico semplicemente inimmaginabile ancora qualche anno prima.

I due esperimenti politici che ne sono seguiti hanno subito messo in chiaro – certo, in forme e modalità differenti – che ancora non c’è, sul piano dell’analisi, dell’elaborazione politica e della stessa dinamica di formazione di nuove classi dirigenti, qualcosa di lontanamente adeguato a fare i conti con la dimensione profonda e strutturale dei problemi che l’epoca storica più recente ci ha consegnato in eredità. L’emergenza Covid, che abbiamo deliberatamente scelto di ignorare, non potrà che rendere ancor più drammatica tale inadeguatezza.

Nel laboratorio francese della crisi

L’invito a tenere costantemente fisso lo sguardo sulle vicende francesi è tanto più sensato se – oltre ai dati macroeconomici che ci consegnano ad un destino comune – esso sarà in grado di includere nel proprio raggio di osservazione ciò che si muove sul piano dell’elaborazione intellettuale. Non è, d’altra parte, proprio questo il piano dal quale emerge, in prima istanza, il senso di inadeguatezza epocale delle classi dirigenti dei due paesi? Quel piano sul quale la coscienza si mostra incapace di riconoscere la realtà nei suoi profili effettivi e nel suo contesto storico determinato?

Ed è proprio da questo sentimento di urgenza che è venuta fuori – nella stessa Francia in cui, con Thomas Piketty, ha preso forma Il capitale nel XXI secolo – la riflessione vigorosa ed appassionata di Emmanuel Todd, antropologo e demografo francese, che ha rappresentato negli ultimi quarant’anni una voce costantemente originale ed eccentrica rispetto all’inclinazione conformistica di tanta parte dell’intellettualità europea ed occidentale.

Studioso non marxista, dinanzi all’accelerazione della storia – messa in moto da una sollevazione sociale spettacolare, per ampiezza, novità e forme (il ritorno ad una violenza di piazza di cui si era persa memoria) – Todd avverte l’esigenza di ritornare al Marx de Le lotte di classe in Francia (1850): “spirito libero”, in grado di guardare la società del suo tempo “con ironia e crudeltà”, Marx “è il rimedio contro il panglossismo, vale a dire questa propensione a credere che tutto va per il meglio nel migliore dei mondi possibili”[5].

Certo, le rotatorie occupate dai Gilets Jaunes non sono le barricate parigine del 1848-’49; i circa 2500 feriti censiti a maggio 2019 non sono neanche lontanamente paragonabili alla repressione armata che insanguinò la breve vita della seconda repubblica francese; né Macron è l’equivalente di quel Napoleone III che Marx descrisse come “personaggio mediocre e grottesco”, in grado di presentarsi come “eroe” del Secondo Impero. Ma nelle pagine di Les luttes de classes en France au XXIe siècle, Emmanuel Todd si dice convinto di poter raccogliere “très librement” concetti fondamentali e lezione di metodo per la comprensione del passaggio epocale che si è aperto nella Francia del 2018.

La riflessione di Todd parte da due contraddizioni. Nel 1992, un referendum approvò a stretta maggioranza (51% contro 49%) il Trattato di Maastricht; un quarto di secolo più tardi il fallimento dell’euro appare senza rimedio, l’epilogo prevedibile (e previsto) di quel “dramma in nove atti” recentemente ricostruito da Ashoka Mody[6]. La Francia – ricorda Todd – ha compromesso la sua struttura industriale, ha perso la sua autonomia politica, ha accettato un sostanziale svuotamento della dinamica democratica[7] e si è incamminata su un percorso di abbassamento del livello di vita; ciò nonostante, la contestazione della moneta unica e dei regolamenti commerciali europei, che compromettono la capacità di azione dei governi, non ha smesso di indebolirsi, soprattutto dopo la grande recessione del 2007-2008[8]. Prima contraddizione: come è possibile – si chiede Todd – che uno scacco economico così formidabile si accompagni ad un’accettazione sempre più completa delle sue conseguenze? Seconda contraddizione: l’accettazione della moneta unica non ha condotto alla formazione di una società pacificata, ma al ritorno della lotta di classe, con un corredo di violenze “come non se n’erano più viste dalla guerra di Algeria”. Come spiegare la coesistenza paradossale di apatia e di esplosione?

“Questa passività nei confronti della moneta unica non ha impedito una ripresa della lotta di classe e della violenza nel nostro paese. Come se la Francia, nonostante il suo progetto di auto-dissoluzione nazionale, alla fine non potesse fare a meno di essere se stessa. Poiché le lotte di classe, come ha scritto Marx molto bene, sono una questione innanzitutto francese. Nessuna contestazione della moneta unica, quindi, ma un potere di protesta ancora lì. E quando si è verificata la prima fase dell’esplosione sociale, con i gilet gialli, non è stata diretta contro l’euro: come è possibile un tale paradosso?”[9].

État partout, capitalisme nulle part

Ma quali sono i due concetti che Todd ricava dalla riflessione marxiana del 1850? Innanzitutto quello dell’autonomizzazione dello Stato nel suo rapporto con la società. Si tratta di un’intuizione che Todd ritiene utile a comprendere la natura del macronismo. Pur riconoscendo la realtà e il fondamento globale del neoliberismo, Todd richiama il carattere specifico dell’esperienza francese, una vicenda caratterizzata, sin dal secondo dopoguerra, dalla forte presenza dello Stato e, in particolar modo, dell’alta burocrazia. Il successo economico dei “trenta gloriosi” fu accompagnato dalle istituzioni della Repubblica e dei “Grand Corps de l’État”, a partire da quell’istituzione che formava e selezionava il personale dirigente, l’ENA (École Nationale d’Administration – la “noblesse d’État” nella critica di Pierre Bourdieu), che avrebbe poi occupato i ranghi dell’alta amministrazione, come l’Inspection Générale des Finances (IGF), nonché i ruoli apicali all’interno dei grandi partiti della République.

Quando la classe dirigente francese concepì la svolta che avrebbe portato alla firma del Trattato di Maastricht – “le tournant de la rigueur” del 1983 e la generale conversione neoliberale dei socialisti francesi –, furono poste le basi di un processo di auto-dissoluzione del sistema politico: privato ormai della possibilità di controllare la moneta e di governare le relazioni commerciali, esso avrebbe sperimentato un processo di progressivo svuotamento, in virtù del quale la dinamica politico-istituzionale avrebbe assunto sempre più i caratteri della “commedia”, segnata com’era da un divario incolmabile tra retorica politica ed effettiva capacità di governo. Che si trattasse del tema della “frattura sociale” adottato da Chirac nella sua campagna presidenziale, della strategia diversiva “etnico-religiosa” di Sarkozy contro l’Islam (estesa alla “feccia” della banlieue), della sceneggiata gauchiste di Hollande nel discorso di Bourget (“Mon véritable adversaire … c’est le monde de la finance”), l’intero periodo 1992-2018 appare caratterizzato da una stupefacente continuità e dal costante perseguimento dell’agenda neoliberale dell’Unione Europea nella politica economica: stabilità monetaria (prima con la politica del franco forte, poi con l’euro), austerità, riforme strutturali, cioè innanzitutto flessibilizzazione senza limiti del mercato del lavoro. Il fatto che nel corso dell’epoca in questione la situazione non abbia fatto altro che peggiorare, non ha distolto la classe dirigente da quella prospettiva.

Nell’ultimo triennio – caratterizzato dalla crisi delle classi dirigenti francesi e, in particolare, dall’autoaffondamento della sinistra – l’élite dello Stato (quella degli “enarchi”) si sarebbe fatta avanti per riempire direttamente il vuoto determinato dal collasso dei partiti tradizionali, liberandosi dai residui vincoli rappresentati dalle rispettive constituencies. È questa – a giudizio di Todd – l’origine del macronismo. Ma, lungi dal porre le basi per una svolta fondamentale, oggi Macron, presentatosi come il presidente della rottura con il mondo ‘antico’, non rappresenta che la forma finale, isterica, dell’immobilismo e della continuità della scelte di politica economica. L’attacco ai sindacati della SNCF (la Société Nationale des Chemins de Fer), lo smantellamento del Code du Travail, la soppressione dell’ISF (Impôt de Solidarité sur la Fortune), indicano la riproposizione, con rinnovato vigore, delle vecchie ricette neoliberali degli anni Ottanta-Novanta. Il macronismo sente di non avere limiti e – momento di pura anomia durkheimiana – “sembra esprimere il soffio potente nato dal vuoto sociale: vuoto di progetto, vuoto morale e deficit cognitivo”[10].

Su questo punto è opportuno segnalare che Todd non si confronta (come sarebbe stato utile e opportuno) con l’analisi di Bruno Amable e Stefano Palombarini, che vedono incarnarsi nella figura di Macron la prospettiva di un “blocco borghese”: lo scenario di una radicalizzazione del progetto neoliberale reso possibile dal dissolvimento dei due blocchi storici francesi (di destra e di sinistra), attraverso l’espulsione delle rispettive componenti popolari dell’elettorato e la riaggregazione delle classi medie e superiori dei due vecchi blocchi (ancora, di destra e di sinistra) in un unico progetto egemonico più coerente e compatibile con l’agenda neoliberale dell’Unione Europea[11]. Non si tratta di una lettura del tutto incompatibile con quella sviluppata nelle pagine di Les luttes de classes en France, che rappresenta una variazione sul tema della natura del macronismo, non su quello della sua pericolosità: nelle due distinte prospettive, l’elemento comune è rappresentato dalla centralità del tema europeo come catalizzatore del progetto neoliberale.

Ciò che appare chiaro è che mentre l’ipotesi del “bloc bourgeois”, nella sua eventualità processuale, resta saldamente ancorata, interna e, per così dire, organica al tentativo di riconfigurazione del capitalismo francese, dalla lettura toddiana del macronismo emergono piuttosto i caratteri irriducibili – singolari e ‘locali’ – di un esperimento politico avviatosi nei labirinti della falsa coscienza.

Già al suo esordio, il giovane enarca – epifania di un vuoto politico e ideologico totale, vertiginoso – può far fronte alla dissoluzione del sistema politico francese solo in virtù di un ricompattamento identitario (la Francia “aperta” ed “europea”) in opposizione al Rassemblement National: nelle presidenziali del 2017, l’analisi del voto al primo turno per i due candidati fa emergere indici di correlazione eccezionalmente elevati (in breve è il voto a Le Pen che sostiene, giustifica e dà senso, per contrapposizione, al voto per Macron), senza che ciò comporti una reale polarizzazione dello spazio politico, poiché la somma dei due voti giunge a mala pena a rappresentare il 45% dei votanti.

Ma il vuoto cela in sé anche un altro significato, quello che riconduce – a giudizio di Todd – al concetto marxiano di “autonomizzazione dello Stato”. Privata di ogni possibilità di effettiva direzione politica – ma, al contempo, svincolata da ogni forma di controllo politico, in ragione del collasso dei partiti tradizionali – l’alta burocrazia sperimenta un momento di libertà totale, nella forma di una separazione patologica dal paese, dalle problematiche dell’economia reale, del mercato del lavoro, dell’indebolimento delle istituzioni educative, del declino tendenziale del livello di vita. Essa si ammanta di una retorica neoliberista e mercatista, tesa a sbandierare il consueto mix retorico di innovazione e competitività (l’immagine di una Francia come “nazione start-up”), senza tuttavia poter occultare la sua origine sociale: État partout, capitalisme nulle part. Sarebbero queste le basi della sua falsa coscienza, marxianamente intesa. Di più, è l’ipotesi di una sua costitutiva organicità al “blocco borghese” (cioè al progetto di una coerente ed organica riorganizzazione capitalistica) che viene in tal modo messa in dubbio:

“l’euro, moneta creata per ragioni politiche e geopolitiche, è in se stesso intensamente ‘statalista’. Esso distrugge l’economia industriale reale. […] Eccoci di nuovo in un mondo degno di Philip K. Dick, da qualche parte tra Total Recall e Blade Runner: quello che pensa di essere ultraliberale è il contrario di ciò che crede di essere, è ultra-statalista”[12].

Non senza una evidente esagerazione, Todd giunge a rappresentare il Medef, la confindustria francese (bête noire des gauchistes), come una “modesta associazione che può solo presentare umili suppliche ai suoi padroni, gli enarchi dei grandi corpi, attaccati alla difesa dell’euro e di un’Unione Europea ora dominata dalla Germania”[13]. E dello stesso Macron (selezione all’ENA, carriera all’IGF, un fortunato passaggio alla “Rothschild & Cie” Banque) il minimo che si possa dire – nella sintesi impietosa di Ashoka Mody – è che «his background and career could be viewed as exemplifying, to an almost caricatural degree, the French elite»[14].

Secondo Todd, l’ideologia di base della classe dirigente francese – che ha come propria missione la stabilità monetaria, la riduzione della spesa pubblica, la flessibilizzazione del mercato del lavoro – deve molto meno alla dottrina neoliberista o all’influenza tedesca che alla “vie rêvée” degli Ispettori Generali delle Finanze di Francia che l’avrebbero, in qualche modo, interiorizzata.

Il nucleo sociale di questa élite è rappresentato dall’1% della società francese: un elemento, quest’ultimo, che testimonia l’allineamento dell’analisi di Todd a quella di Thomas Piketty e Camille Landais, con la precisazione che per l’antropologo francese il nucleo realmente dominante di questo gruppo sarebbe ulteriormente ristretto allo 0,1%. L’intreccio tra i grandi corpi dello stato, l’alta finanza e le grandi imprese, avrebbe raggiunto – secondo Todd – un tale grado di compenetrazione da rendere impropria la classificazione di questo gruppo come “capitalista liberale”. In questa prospettiva sarebbe fuorviante anche postulare la persistenza di una vera e propria “borghesia industriale” come classe autonoma, à part entière, dotata di una propria autoconsapevolezza, poiché l’euro si sarebbe incaricato di indebolire l’industria e di metterne ciò che resta sotto il controllo delle banche e della finanza. Questo gruppo, che Todd etichetta come “aristocrazia stato-finanziaria”, è composto dai veri detentori del capitale, coloro che controllano la grande stampa, i principali network televisivi e che conservano una reale capacità di azione politica. Ad esso si aggiungerebbe lo 0,9% che – pur composto dagli strati superiori dei settori bancario ed industriale, nonché dalla fascia più elevata delle professioni liberali – condivide privilegi ed agiatezza con il vertice ristretto, senza accedere ad una vera e propria capacità di dominio politico.

Quale sarebbe la misura del successo dei vertici del potere economico francese? Nel quadro dell’indebolimento del sistema produttivo francese, Todd segnala la conquista – giusto un anno prima dell’esplosione della grande crisi finanziaria del 2008 – delle Assurances Générales de France da parte del gruppo tedesco Allianz, come il momento in cui la Germania si connette direttamente al cuore dell’apparato di Stato francese. Inoltre, rimandando alle classifiche di Forbes, Todd osserva che il numero dei ‘miliardari’ francesi appare piuttosto modesto se confrontato con quello del mondo tedesco e anglofono.

Cosa resta, allora, nell’era di Macron, del progetto neoliberale-unionista escogitato quarant’anni or sono da Delors e compagni, nelle forme proprie di un moderno dispotismo illuminato[15]? Todd non si contenta della spiegazione di Mody, che pone alla base di quel tragico errore la bolla cognitiva alimentata e sostenuta nelle dinamiche del groupthink (una “convinzione collettiva incrollabile” che non arretra dinanzi alle smentite della storia). Benché affacciatosi in Francia, per la prima volta, già all’epoca di Pompidou, il progetto della moneta unica, secondo Todd, ha ricevuto la sua spinta decisiva dallo shock esterno dell’unificazione tedesca: esso avrebbe permesso, nelle intenzioni dei suoi ideatori, di controllare la Germania; di controllare l’economia francese (costringendola a modernizzarsi e a fare un salto qualitativo per compensare l’aumento del costo del lavoro); di controllare il popolo francese (privandolo della possibilità di condurre una politica economica adatta alle proprie necessità). Trent’anni dopo, la strategia anti-tedesca è approdata al risultato opposto e la strategia economica ha compromesso la forza dell’industria nazionale. È vero – conclude Todd – che la strategia antidemocratica ha vinto, dispossessando il popolo francese della propria sovranità, ma al prezzo di un ridimensionamento del potere dell’élite, di parte della sua ricchezza e del suo prestigio internazionale. Ed è proprio su questa strada che la falsa coscienza dell’élite francese diventerebbe “sadica” – Todd parla, in proposito, di un modello azteco, in ragione della propensione alla sperimentazione “sur les inférieurs de tous rangs” – non solo in conseguenza della sua totale ed inedita autonomia dalla società (in basso), ma anche dell’angoscia che deriverebbe dalla perdita di rango internazionale, soprattutto di fronte a quel mondo tedesco al quale ha sacrificato la propria autonomia nazionale (in alto). È questo il contesto che avrebbe spinto Macron a reagire in modo sempre più repressivo alla rivolta dei Gilets Jaunes, esasperando le tendenze già emerse nella guerra di Sarkozy contro la “racaille” delle banlieues[16].

Una massa centrale frammentata e atomizzata

In un quarto di secolo, quasi senza accorgesene, la Francia avrebbe cambiato – a giudizio di Todd – sia la classe dominante che il proprio centro di gravità nella struttura sociale. Ed è qui che interviene l’altro concetto utile che Todd ritiene di poter attingere dalle analisi di Marx sulle lotte di classe in Francia e sul colpo di Stato di Luigi Napoleone. All’epoca, l’elemento decisivo, agli occhi di Marx, era rappresentato dalla presenza di un’enome massa maggioritaria contadina, impoverita, atomizzata ed incapace di coscienza collettiva proprio in ragione del proprio isolamento (i contadini costituivano questa massa “come delle patate in un sacco formano un sacco di patate”, secondo la colorita espressione del giovane Marx). Quella paysannerie – che fornì il consenso di massa al colpo di Stato e al Secondo Impero – oggi, naturalmente, non c’è più. Ma Todd – nella sua incessante polemica contro il carattere fuorviante e l’impianto anodino delle statistiche fornite dall’INSEE (Institut National de la Statistique et des Ètudes Èconomiques) – sostiene che negli ultimi anni, in Francia, la stagnazione economica, il declino del tenore di vita, la paralisi della mobilità sociale, abbiano messo in moto un processo di formazione di una nuova massa centrale, maggioritaria ed atomizzata, che lo studioso stima intorno al 50% della società francese, formata per lo più da classi medie impoverite: agricoltori, professioni intermedie (tecnici, infermieri), impiegati qualificati, artigiani e piccoli commercianti, “le cui professioni sono, per natura, molto atomizzate”[17]. Questa massa centrale maggioritaria (a forte presenza femminile) ancora pochi anni orsono semplicemente non esisteva, mentre oggi sembra rappresentare, nella sua caotica eterogeneità, il nuovo centro di gravità della società francese. Essa viene fuori da un processo di agglutinamento ancora in fieri, il cui legame sarebbe costituito dal tenore di vita e dall’interazione dei matrimoni, con una tendenza all’espansione causata dalla progressiva aggregazione di elementi dall’alto (soprattutto giovani della piccola borghesia istruita impoverita) e dal basso (gli strati superiori del mondo operaio al di fuori delle zone devastate della vecchia industrializzazione del Nord-Est e provenienti da zone più favorite come la regione Rhône-Alpes o quella di Toulouse).

Ma in che modo s’ingrosserebbe, secondo Todd, questa massa atomizzata? Qui lo studioso fa suo il punto di vista di Piketty, secondo il quale né in Francia, né più generale in Europa, si sarebbe manifestata una crescita vertiginosa delle ineguaglianze di reddito paragonabili a quelle comparse nel mondo anglosassone. Piuttosto i fenomeni di ri-patrimonializzazione avrebbero messo in campo una peculiare dinamica sociale che, in congiunzione con un’epoca di stagnazione economica, produrrebbe uno slittamento continuo verso il basso di interi strati di classe media, sostanzialmente impercettibile nelle tipologie inerti dell’INSEE, attestate sul concetto statistico di “soglia della povertà”:

“Se vogliamo ottenere un quadro completo di come le dinamiche economiche regressive della società francese influenzino i diversi gruppi sociali, dobbiamo combinare la stabilità delle disuguaglianze con la caduta del tenore di vita. Il secondo elemento, la caduta, produce inevitabilmente, in un primo tempo, il sentimento di un aggravamento delle differenze nelle condizioni di esistenza tra le classi e una drammatizzazione della percezione delle disuguaglianze, del sentimento di ingiustizia in basso e del sentimento di privilegio in alto, anche se la parte superiore non è molto alta. Perché è ovvio che con disuguaglianze relative costanti, se i redditi diminuiscono, quelli più svantaggiati in partenza saranno i primi a passare sotto la linea di galleggiamento”[18].

Lo slittamento assumerebbe connotazioni particolarmente marcate nel mondo giovanile, poiché è nella dinamica intergenerazionale che appare, con maggiore evidenza, quella che il sociologo Louis Chauvel ha definito “spirale del declassamento”[19]. Il contrasto tra le illusioni del progresso statistico e la realtà della vita sociale non potrebbe essere più netto e spiegherebbe, in buona misura, l’accumulo di frustrazioni e l’incubazione di tendenze anomiche. Qui, ad essere in gioco, non sarebbe una semplice congiuntura socio-economica particolarmente sfavorevole, ma l’erosione di quel contesto generale che, a partire dal secondo dopoguerra, aveva dato forma e sostanza alla prospettiva di una “civiltà di classi medie”[20]. E se ci si spinge oltre il testo di Todd e oltre i caratteri specificamente francesi, non si può non osservare che la crisi delle classi medie e le dinamiche del declassamento sono fenomeni che hanno investito globalmente le società del mondo occidentale nell’ultimo trentennio, come documentato con indiscutibile efficacia figurativa dalla “elephant curve”[21] di Branko Milanovic. Ironia della storia – e della politica, in particolare – ad uscire ridimensionate dall’epoca della globalizzazione sarebbero quelle stesse classi medie politicamente ed ideologicamente mobilitate, nel cuore degli anni Ottanta, per rompere o modificare gli equilibri politico-sociali ed i compromessi fondativi (nelle sue varie configurazioni) del mondo occidentale del secondo dopoguerra, approfittando della crisi irreversibile del mondo comunista. Ed è precisamente questa crisi delle classi medie – più che la sconfitta storica della classe operaia europea – a costituire, oggi, l’elemento di maggiore debolezza strategica della prospettiva di un “blocco borghese”: quello di un preventivo svuotamento, di una significativa erosione, del suo potenziale egemonico. L’osservatore italiano non mancherà di congetturare che, al fondo, fu proprio questo restringimento dell’area delle classi medie politicamente mobilitabili a sostegno di un disegno coerentemente neoliberale, nell’Italia di pochi anni orsono, a pregiudicare sin dal suo esordio la credibilità del progetto renziano di un “partito della nazione” (che, per tanti aspetti, appare come un’approssimativa anticipazione ideologica della macroniana République En Marche).

Oggi – argomenta Todd – l’espansione delle classi medie non è più sinonimo di benessere, di equilibrio sociale e di stabilità politica, poiché si manifesta in un contesto di impoverimento:

“[…] le classi medie erano ricche quando gli operai stavano bene e ce n’erano molti. Se distruggi i lavoratori, finisci per distruggere il tenore di vita in generale e quello delle classi medie in particolare. Questa è la magia della globalizzazione economica che voleva farci credere che trasferendo la classe operaia in Asia avremmo avuto finalmente prosperità e pace sociale”[22].

Ma la centralità di questa massa frammentata e atomizzata, centrata sulle professioni intermedie, non deriva solo dalla rilevanza statistica del suo profilo socio-economico. Essa costituisce – secondo il Todd demografo e antropologo – anche l’epicentro di tutte le tendenze evolutive, culturali e psicologiche, della Francia contemporanea: l’emergere di una predominanza femminile, l’accettazione dell’omosessualità, il declino del matrimonio come istituzione, una cultura individualista dispiegata nelle sue forme più compiute, una “cura di sé” che fa delle professioni intermedie uno dei gruppi sociali che ricorre più frequentemente alle pratiche psicoterapeutiche. In breve, conclude Todd, “C’est dans ce groupe que sont intervenues les évolutions sociétales les plus significatives et irréversibles des dernières décennies”[23].

Tuttavia, malgrado la sua centralità sociale e la sua capacità di sintetizzare gli sviluppi della Francia contemporanea, questa massa centrale atomizzata non ha coscienza di sé, è ideologicamente immatura, politicamente inattiva e priva di carica contestatrice. Prova ne è la sua disordinata traiettoria politico-elettorale. Utilizzando gli studi dell’IFOP (Institut Français d’Opinion Publique), Todd può rintracciarne l’andamento erratico dell’ultimo ventennio: nel 2002 si orienta in maggioranza per Chirac, poi nel 2007 per Ségolène Royal, nel 2012 per Hollande; nel 2014 consegna un quarto dei propri voti al Fronte Nazionale; altrettanti, alle presidenziali del 2017, in favore di Macron e di Mélenchon, per poi abbandonarli entrambi alle europee del 2019 a vantaggio del voto verde.

Todd si spinge ad ipotizzare che una delle cause principali della disfunzione del sistema politico francese derivi proprio dall’indeterminatezza “di questo gruppo centrale che definisce l’evoluzione dei costumi individuali e sociali”[24].

Sotto e sopra: le disavventure della coscienza

Sopra e sotto questa massa centrale atomizzata troviamo due altri raggruppamenti sociali, dai quali, peraltro, la massa centrale atomizzata attinge nel suo processo di ingrossamento. In basso troviamo il “proletariato” propriamente detto, formato da operai e impiegati non qualificati (un 25% di origine francese o europea e un 5% di origine extra-europea). Si tratta di un gruppo in contrazione numerica, soprattutto nelle aree del nord-est flagellate dalla deindustrializzazione (la “France des tempêtes”) e il cui voto (al netto dell’elevato astensionismo) appare stabilmente orientato verso Le Pen, in proporzioni probabilmente superiori a quelle di cui beneficiò in passato il PCF: forse perché – spiega Todd – il declino delle culture regionali (strutture familiari e orientamenti religiosi) ha permesso alle determinanti socio-economiche di esprimersi più direttamente. I “proletari lepenisti” hanno una forte consapevolezza del danno inflitto loro dalle politiche neoliberali (libertà assoluta di circolazione dei capitali, delocalizzazioni, una forma estrema e ‘fanatizzata’ di libero scambio e i loro inevitabili effetti in termini di deflazione salariale) e dall’ingresso nell’Unione Monetaria. Ma nella loro rancorosa ostilità alle popolazioni di origine maghrebina, i “proletari lepenisti” – già soggetti ad un drastico ridimensionamento – si sarebbero condannati ad un isolamento e a un separatismo sociale senza uscita: circostanza che spinge Todd a parlare di una “coscienza di classe suicidaria”.

In alto (rispetto alla massa centrale atomizzata), troviamo una piccola borghesia formata, nelle classificazioni dell’INSEE, dai quadri e dalle professioni intellettuali superiori (CPIS) e che rappresenterebbe all’incirca il 19% della società francese. Questo raggruppamento appare diversificato al proprio interno, soprattutto tra la componente ‘quadri’ del settore privato e quella del settore pubblico (composto innanzitutto da insegnanti). Anche la piccola borghesia CPIS – secondo Todd – vive una falsa coscienza di sé: crede di appartenere ai “vincenti” della globalizzazione; sostiene con convinzione la moneta unica (il settore pubblico è parte di quella “France abritée”, relativamente al riparo dalle conseguenze dell’euro); si alimenta della retorica della Francia “aperta”, ma resta sorda alla sofferenza degli strati popolari del proprio paese; cede alla febbre immigrazionista (un “altruisme non sacrificiel” indifferente agli effetti deflattivi della manodopera immigrata sul salario operaio e sulle stesse generazioni precedenti di immigrati); soccombe alla fascinazione del macronismo e al suo vuoto politico-ideologico; guarda con distacco e sospetto il movimento dei Gilets Jaunes. Non si accorge che nell’epoca della stagnazione economica e del blocco della mobilità sociale, il declino del tenore di vita minaccia inesorabilmente anche il proprio gruppo sociale e che l’angoscia del declassamento, ancorché inconsapevole, è parte significativa di quel bisogno di distinzione sociale che la spinge a fare del “proletario lepenista” il bersaglio dialettico ossessivo di un investimento identitario. In breve, la piccola borghesia CPIS rappresenta la principale componente sociale di quel processo di stratificazione socio-culturale determinato dalla massiccia espansione dell’istruzione terziaria, responsabile dell’emersione di un “subconscio inegualitario”[25] che – agli occhi del Todd antropologo – costituisce la premessa invisibile (e tanto più insidiosa) dei sentimenti antidemocratici.

Ed è proprio “l’illusione educativa” al cuore della falsa coscienza della piccola borghesia CPIS, la convinzione che l’aver beneficiato enormemente, negli ultimi decenni, dell’espansione dei processi di istruzione superiore l’abbia messa al riparo dalla deriva generale delle classi medie francesi: l’illusione, in breve, che l’inflazione delle credenziali educative possa fornire una via d’uscita in una società segnata dalla stagnazione economica e dal blocco della mobilità sociale:

“Ciò che le statistiche economiche associate al livello di istruzione mostrano è che la laurea è diventata uno strumento difensivo e uno strumento difensivo che non è più sufficiente. Le persone più istruite trovano lavoro più facilmente […] ma il loro basso tasso di disoccupazione non dovrebbe mascherare il fatto che il livello di reddito delle giovani generazioni più istruite sta diminuendo”[26].

La falsa coscienza della piccola borghesia CPIS rappresenta – nella valutazione di Todd – un problema politico di prima grandezza. Esso coinvolge, innanzitutto, l’ampia schiera di addetti alle istituzioni formative (a partire dai “professeurs agrégés et certifiés”), uno strato sociale che storicamente aveva rappresentato, insieme ai lavoratori dell’industria, uno dei due pilastri dell’insediamento sociale dei partiti della sinistra storica francese. Quando l’avvio delle politiche neoliberiste e la costruzione della sovrastruttura giuridico-politica di Maastricht alienarono al Fronte Nazionale il voto operaio, la piccola borghesia CPIS rimase l’unico grande gruppo sociale di riferimento del Partito Socialista, ferma nella sua convinzione di poter osservare a debita distanza i processi socio-economici legati alla deindustrializzazione e alle dinamiche migratorie che hanno investito (meglio, creato) la “Francia delle tempeste”.

Al cuore della falsa coscienza piccolo-borghese c’è il suo ancoraggio ideologico totalizzante all’orizzonte delle trasformazioni post-materialiste determinatesi nel grande ciclo storico-politico iniziato nel 1968 e che Todd prova a semplificare nell’acronimo dello spirito “EFTIBE” (emancipazione femminile, tolleranza sessuale, identità post-nazionale col suo correlato immigrazionista, cultura “bio” ed ecologia). Ma la grande ondata emancipativa, che ha occupato mezzo secolo di storia, si è ormai positivamente conclusa e il perimetro ideologico da essa definito rischia di trasformarsi in una prigione della coscienza che impedisce ai suoi custodi di intravedere l’inizio di un nuovo ciclo segnato dall’inevitabile riemersione della questione di classe. Solo il superamento di quel recinto – a giudizio di Todd – permetterà di riattivare le necessarie linee di comunicazione, politiche e simboliche, tra la piccola borghesia CPIS e la massa centrale maggioritaria ed atomizzata (ampiamente investita, a sua volta, dallo spirito EFTIBE).

L’inadeguatezza del concetto di populismo

Per una circostanza apparentemente inspiegabile, sulla questione della piccola borghesia CPIS, Todd non cita il più toddiano degli scritti di Piketty[27], nel quale l’economista francese affronta il tema della sorprendente evoluzione della struttura delle “fratture politiche” in tre importanti paesi occidentali (Francia, Gran Bretagna, Stati Uniti). Partendo dalla premessa (poco pikettyana[28]) che la mancata reazione democratica all’aumento delle disuguaglianze è un “fatto” che deve essere spiegato, Piketty si lancia in un’analisi delle trasformazioni dei comportamenti elettorali lungo un arco che va dal 1948 al 2017 (un periodo doppio rispetto a quello che è al cuore di Les luttes de classes en France au XXIe siècle, il cui riferimento è costituito dal periodo 1992-2018), per giungere alla conclusione (molto toddiana) che la spiegazione risiede in un lungo processo di trasformazione socio-culturale dei principali paesi occidentali e segnatamente della Francia. Negli anni Cinquanta e Sessanta, il voto ai partiti di sinistra era associato a redditi bassi e a un basso livello di istruzione degli elettori, mentre il voto a destra era associato ad un’alta istruzione e a livelli di reddito/ricchezza elevati. Dopodiché il voto a sinistra è andato gradualmente associandosi con alti livelli d’istruzione e, nel caso americano, anche con alti livelli di reddito. L’emergere di una sinistra colta e benestante, al riparo dai rigori del mercato, è un fenomeno che, pur con le dovute articolazioni, ha investito l’intero Occidente (Europa e Stati Uniti). La “brahmin left” di Piketty assomiglia come una goccia d’acqua alla piccola borghesia CPIS di Todd, alla “sinistra ZTL” del panorama socio-politico italiano e alla “new clerisy” americana (con le sue propaggini in Academia, media, government, non profit sector)[29].

Ci troveremmo, così, in un sistema multi-élite (i più colti votano a sinistra, i più ricchi a destra), nel quale la crescita delle disuguaglianze e la mancata risposta democratica contribuiscono a spiegare il fenomeno del populismo e ad ipotizzare tutte le possibili coalizioni che si generano lungo le due fratture globalisti/nativisti, pro-ricchi/pro-poveri (ovvero, rifiuto o accettazione di politiche redistributive), in uno scenario, in verità, molto ‘francese’[30].

Lo stesso Piketty riconosce l’instabilità di una tale configurazione: un sistema politico ridotto al teatro di uno scontro tra élite equivarrebbe ad un ritorno alle dinamiche politiche del XIX secolo, un esito improbabile nel contesto dei sistemi contemporanei (ancora) caratterizzati dal suffragio universale.

Riemerge, così, anche in questo caso, benché implicitamente, il tema della fragilità costitutiva dell’ipotesi del “blocco borghese”. Il punto che qui interessa sottolineare, però, è che in questa analisi (molto discutibile soprattutto nella sua insostenibile riduzione del problema del globalismo alla questione migratoria[31]) si convalida la natura reattiva del fenomeno populista, alle cui origini si collocherebbero le ben più solide ed ‘oggettive’ trasformazioni socio-culturali che hanno reso più ampie, più articolate e tendenzialmente più autoreferenziali le élite e i segmenti medi e superiori delle borghesie occidentali. A questa prospettiva, Todd, dal canto suo, aggiunge l’inadeguatezza del concetto stesso di populismo, utilizzato per spalmare una vernice omogeneizzante (e spesso caricaturale) su fenomeni estremamente diversificati sotto il profilo politico e socio-culturale. E sembra concludere: un solo elitismo, dunque, ma molti populismi.

Ma se riprendiamo sinteticamente la “tipologia dinamica” tratteggiata da Todd nell’analisi della struttura sociale della Francia contemporanea, vediamo emergere un’altra fondamentale ragione per considerare inadeguato e fuorviante il concetto di populismo: esso vive a ridosso di un insediamento sociale, isolato e in contrazione numerica, come confinato in un progetto politico (quello del Rassemblement National) che per la sua stessa configurazione non ha alcuna possibilità di affermazione, ma la cui unica funzione politico-sociale è diventata, nel frattempo, quella di offrire, per pura contrapposizione, un surrogato identitario ad una piccola borghesia incapace di elaborare una coscienza di sé fondata ed attendibile, ancorata ad una comprensione accurata dei processi involutivi che investono la società francese. Questa relazione dialettica, elitismo/populismo, nella sua ultima configurazione, lascia fuori di sé la massa centrale atomizzata (il 50% della società), epicentro delle trasformazioni societali dell’ultimo trentennio.

Senza il confronto con questo nucleo vitale e in espansione, il discorso pubblico che ossessivamente impone la centralità del confronto tra “Francia aperta” e “Francia chiusa”, tra cosmopolitismo e nativismo, tra europeismo e nazionalismo, è destinato ad avvitarsi su stesso e a generare una concatenazione di rappresentazioni sociali mistificate.

Nella crisi generale del modello francese, il mito fondativo, di radice anglofona, della cultura neoliberale – la teoria del trickle down – ha lasciato il posto alla ben più misera realtà della “cascata del disprezzo” (la cascade du mépris), in virtù della quale ciascuna categoria sociale guarda non più verso l’alto e verso l’avvenire, ma verso il basso e verso il passato:

“I padroni che delocalizzano con gioia, i piccolo-borghesi che votano Macron per dire che loro non sono diventati dei proletari, i proletari che votano Le Pen per dire che loro non sono Arabi, nell’insieme non rappresentano che il 45% della popolazione”[32].

Un nuovo ciclo?

Al momento, osserva Todd, l’unico ampio raggruppamento sociale che si sottrae a questa dinamica perversa, involuta, ripiegata sul passato, è proprio quella massa centrale maggioritaria delle professioni intermedie, la cui atomizzazione e mancata maturazione soggettiva (una sorta di paysannerie del XXI secolo) lasciano campo libero ai processi di autonomizzazione dello Stato e al protagonismo dell’ “aristocrazia stato-finanziaria” che lo controlla.

È possibile immaginare una rottura delle gabbie che imprigionano le dinamiche politiche e asfissiano i processi democratici di elaborazione delle deliberazioni collettive? Todd, che pure si dichiara pessimista sul breve periodo, non rinuncia a ‘profetizzare’ un nuovo ciclo storico. Se il cinquantennio che ci separa dal 1968 ha rappresentato il ciclo delle grandi trasformazioni societali, incentrate sui valori post-materialistici della liberazione dell’individuo, il nuovo ciclo (un altro cinquantennio?) non potrà non partire dalla prepotente riemersione della questione di classe. Da dove origina, d’altra parte, l’irruzione impetuosa e incontenibile di un movimento sociale dopo decenni di latenza e di ripiegamento individualistico? Da dove proviene quel 70% di consensi alla rivolta dei Gilets Jaunes attestato dalle indagini dell’IFOP nel momento culminante (e vittorioso) della protesta? Quali sono le dinamiche attraverso le quali un movimento, privo di un rapporto organico con le forze politiche ufficiali o anche solo di una relazione empatica con la borghesia intellettuale francese, ha saputo organizzarsi su scala nazionale e dotarsi di un’efficace capacità negoziale?

Il movimento ha coinvolto innanzitutto i soggetti più svantaggiati, il cui livello di reddito si situa al di sotto di quello delle professioni intermedie, con una forte presenza di lavoratori autonomi, piccoli imprenditori, piccoli commercianti, salariati precari, appartenenti in prevalenza al settore privato, non tutelato da nessuno statuto di funzione pubblica (altra ragione del distacco e della diffidenza del mondo degli insegnanti e, più in generale, della componente pubblica della piccola borghesia CPIS). L’elemento qualificante, nell’analisi di Todd, è rappresentato proprio dalla capacità del movimento di mettere in questione il modello di frammentazione della società francese (l’archipellisation e l’ethnicisation di cui parla il politologo Jérôme Fourquet). L’elaborazione cartografica (tipica dello studio dei fenomeni elettorali) ha permesso di ricostruire l’ampiezza e la distribuzione della protesta a scala nazionale. La capacità di guadagnare il consenso della società ha rotto i margini segregati della protesta lepenista, superando non solo le vecchie fratture storiche che opponevano la Francia laica a quella cattolica (nelle rispettive aree di insediamento storico), ma anche l’opposizione più recente tra quella che lo stesso Todd chiama “France des tempêtes” e la “Francia abritée” (anzi, i luoghi di maggiore intensità della protesta non corrispondono a quelli del maggiore insediamento del voto lepenista).

È questa forse la ragione della sorpresa e del disorientamento delle forze politiche e, in particolare, del maldestro tentativo macroniano di ricacciare il movimento all’interno di coordinate ideologiche più familiari e, dunque, più gestibili (prima l’assimilazione al frontismo lepeniano e poi gli indecenti accenni ad una presunta inclinazione antisemita dei Gilets Jaunes).

Ricordiamo, in chiusura, il pessimismo a breve termine (e, forse, l’ottimismo in prospettiva) del discorso toddiano. Dinanzi allo scenario, oltremodo realistico, di un approfondimento della crisi sociale francese e di un’ulteriore disarticolazione di un sistema politico infilatosi in un cul de sac, Todd non esclude la possibilità di un estremo appello all’ordine (un Macron le petit?). La convinzione – intrinsecamente ‘fascistoide’, a giudizio di Todd – del superamento del clivage destra/sinistra, che accomuna macronismo e frontismo lepenista[33], potrebbe dispiegarsi in una tentazione tale da togliere l’ultimo velo su un ordine del discorso pubblico paradossale e mistificato.

  1. Massimo Pivetti e Aldo Barba, La scomparsa della sinistra in Europa, 2016.
  2. Alessandro Gasparotti und Matthias Kullas, 20 Years of the Euro: Winners and Losers. An empirical study, Centre for European Policy [Freiburg, Germany], February 2019.
  3. Naturalmente, i due debiti pesano diversamente in proporzione al PIL. In Francia il debito pubblico è passato dal 55% del PIL nel 1995, al 95% nel 2014 e al 100,4% nel 2019.
  4. Servaas Storm, Lost in deflation: Why Italy’s woes are a warning to the whole Eurozone, Institute for New Economic Thinking, Working Paper n. 94, April 5th, 2019.
  5. Emmanuel Todd, Les luttes de classes en France au XXIe siècle, Paris, Éditions du Seuil, 2020, p. 19.
  6. Ashoka Mody, EuroTragedy: A Drama in Nine Acts, New York, Oxford University Press, 2018.

  7. Al riguardo, l’analisi elaborata in Emmanuel Todd, Après la démocratie, Paris, Gallimard, 2008 ha molti punti di contatto con una riflessione più generale che si sviluppata in questi anni in Europa. Solo a titolo d’esempio, si ricordi Colin Crouch, Postdemocrazia, Roma-Bari, Laterza, 2005 e Peter Mair, Ruling The Void: The Hollowing-Out Of Western Democracy, London-New York, Verso, 2013.
  8. L’esame dei saldi settoriali mostra che, a partire dal 2008, la Francia è intrappolata nella spirale dei “deficit gemelli” (al tradizionale deficit pubblico si associa una posizione di indebitamento con l’estero).
  9. Emmanuel Todd, Les luttes de classes en France, p. 335-336 (il corsivo è nostro).
  10. Ivi, p. 251.
  11. Bruno Amable, Stefano Palombarini, L’illusion du bloc bourgeois. Alliances sociales et avenir du modèle français, Paris, Raison d’Agir Éditions, 2018.
  12. Emmanuel Todd, Les luttes de classes en France, p. 345.
  13. Ivi, p. 216.
  14. Ashoka Mody, EuroTragedy: A Drama in Nine Acts, p. 402. Il corsivo è nostro.
  15. Secondo la franca ammissione di Hubert Védrine, un personaggio di primo piano della politica francese dell’epoca: “[…] toutes les décisions majeures ont été prises par de petits groupes de dirigeants, voire d’hommes et de femmes d’influence. L’Europe des années 1980 est le pur produit d’une forme moderne de despotisme éclairé”. Hubert Védrine, Les mondes de François Mitterrand: à l’Elysée, 1981-1995, Paris, Fayard, 1996, p. 298 (il corsivo è nostro).
  16. Il 1° febbraio 2019, il Consiglio di Stato ha convalidato l’uso dell’LBD (Lanceurs de Balles de Défense, meglio noto come “Flash-Ball”). Delle gravi conseguenze dell’uso di questi dispositivi si è occupato uno studio inglese pubblicato su “Lancet”: Lartizien R., Schouman T., Raux M. et al., Yellow vests protests: facial injuries from rubber bullets, «Lancet», 2019, n. 394, pp. 469-470.
  17. Emmanuel Todd, Les luttes de classes en France, p. 123.
  18. Ivi, p. 45.
  19. Louis Chauvel, La spirale du déclassement. Essai sur la société des illusions, Paris, Édition du Seuil, 2016.
  20. È lo stesso Chauvel a precisare quali ne erano stati i “sette pilastri”: un lavoro salariato stabile; una società dell’abbondanza; l’espansione delle protezioni dello stato sociale in cui il patrimonio non era più la condizione essenziale della sicurezza; la crescita del livello d’istruzione che consente la mobilità sociale verso l’alto; la ferma convinzione nel progresso; la centralità politica delle categorie intermedie e, infine, una democrazia rappresentativa, stabile e razionale. Louis Chauvel, La spirale du déclassement, cap. 2.
  21. Branko Milanovic, Global Inequality. A New Approach for the Age of Globalization, The Belknap Press of Harvard University Press, Cambridge, 2016, p. 11.
  22. Emmanuel Todd, Les luttes de classes en France, p. 113-114.
  23. Ivi, p. 341.
  24. Ivi, p. 271.
  25.  Per uno studioso non marxista, come Todd, la relazione causale tra “subconscio inegualitario” e aumento delle diseguaglianze va capovolta in chiave antropologica. Mentre l’espansione universalistica dell’istruzione primaria e secondaria ha fatto da battistrada allo sviluppo dei sistemi democratici moderni, la diffusione dell’istruzione terziaria, bloccatasi intorno al 30% della popolazione, ha causato una nuova stratificazione socio-culturale: è la formazione di questo consistente gruppo di “educati superiori” che ha reso socialmente accettabili le politiche inegualitarie dell’epoca del neoliberismo. Sull’argomento, Emmanuel Todd, L’illusion économique, Paris, Editions Gallimard, 1999.
  26. Emmanuel Todd, Les luttes de classes en France, p. 81. Il problema del declino del rendimento socio-economico dei titoli di studio è parte di un’ampia analisi delle “disillusioni generazionali” nel libro di Louis Chauvel, La spirale du déclassement, pp. 139-146.
  27. Thomas Piketty, Brahmin Left vs Merchant Right: Rising Inequality & the Changing Structure of Political Conflict (Evidence from France, Britain and the US, 1948-2017), WID.world Working Paper Series n. 2018/7, March 2018.
  28. Vale ricordare che, nello schema teorico de Il capitale nel XXI secolo, l’evoluzione del capitalismo occidentale è analizzata come una dinamica oggettiva e indipendente, scatenata dalla mera interazione del tasso di rendimento del capitale (r) e del tasso di crescita del reddito nazionale (g), che sembrano muoversi sul teatro della storia come potenze refrattarie ed ingovernabili: “In realtà, il processo neoliberista inauguratosi intorno al 1980, cosí come il processo ‘statalista’ inauguratosi nel 1945, non meritano né un eccesso di enfasi né un eccesso di riprovazione. […] In linea di massima, le politiche neoliberiste non sembrano aver condizionato molto una realtà invero piuttosto semplice, né verso un rialzo né verso un ribasso”. Thomas Piketty, Il capitale nel XXI secolo, Milano, Bompiani, 2014, p. 157. In questo schema, l’unica soluzione praticabile sarebbe quella di intervenire, a valle del processo distributivo, con una sorta di strategia di «riduzione del danno», ripensando i sistemi di tassazione del reddito e, soprattutto, della ricchezza.
  29. Cfr., al riguardo, Joel Kotkin, The New Class Conflict, Telo Press Publishing, New York, 2014.
  30. Nel saggio di Piketty, le quattro possibili combinazioni, che nascono sulle due fratture politiche, ripropongono lo scenario del primo turno delle presidenziali francesi del 2017: internazionali-inegualitari (Macron), internazionalisti-egualitari (Mélenchon), nativisti-inegualitari (Fillon), nativisti-egualitari (Le Pen).
  31. Come se la libertà di movimento dei capitali e delle merci costituissero dei dati di natura (per non parlare della questione, tutta europea, dell’Unione Monetaria, la cui assenza nelle analisi di Piketty pesa come un tabù).
  32. Emmanuel Todd, Les luttes de classes en France, p. 271.
  33. Todd avverte che, in base analisi dell’IFOP, il consenso elettorale per il Rassemblement National raggiunge punte del 50% tra le forze dell’ordine.
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