Le 5 giornate di Bruxelles: “svolta” conservativa e confederale

Lasciata depositare un po’ di polvere mediatica sull’esito delle 5 giornate di Bruxelles, proviamo a farne un’analisi articolata e sorretta dai dati di realtà. Di fronte alle conseguenze economiche e sociali del Covid-19, la manovra in extremis nel lungo vertice dei Capi di Stato e di Governo ha evitato il naufragio politico dell’Unione europea. Alla luce dello scampato pericolo, la qualifica di “storico” è enfasi retorica comprensibile. Certamente, è stato un passaggio decisivo per il futuro dell’Unione e certamente è stato decisivo il contributo dato dal Presidente del Consiglio, dal Ministro Amendola, dal Commissario Gentiloni e dal Presidente del Parlamento Sassoli. Vanno ringraziati per la determinazione, l’intelligenza e la professionalità dimostrata insieme a tutta la delegazione diplomatica e tecnica italiana.

Ma siamo di fronte a una “svolta”? In caso di risposta affermativa in quale direzione? È legittima la scelta politica di definire l’accordo una “svolta” in termini di solidarietà di bilancio dell’Ue. Ma è, appunto, una scelta politica. Vero, la Commissione emette, per la prima volta, 750 miliardi di titoli di debito comunitario per finanziare, sia come trasferimenti a fondo perduto (390 miliardi), sia come prestiti (360 miliardi), programmi per riqualificare in senso ambientale e digitale gli Stati più colpiti dalla pandemia. Vero, si punta ad espandere la dotazione di “risorse proprie”, ossia tasse decise da Consiglio europeo, raccolte a livello nazionale e girate a Bruxelles. Sono traguardi importanti. Dovrebbero essere valutati, però, in riferimento alla devastazione dovuta al Covid-19, alle morti, al crollo delle economie continentali di quasi, in media, 10 punti, all’impennata asimmetrica dei debiti pubblici, all’aggravamento delle divergenze economiche tra Stati, fino alla rottura della moneta unica. Andrebbe ricordato che, a differenza della moneta stampata dalle banche centrali, anche i contributi a fondo perduto sono debiti: il conto è diviso tra i 27 in modo da determinare trasferimenti dai contribuenti di uno Stato ai cittadini di un altro, ma con le tasse europee da introdurre pagano anche gli Stati beneficiati. Per noi, i maggiori beneficiari con 80 miliardi di grants, il saldo netto è stimato intorno ai 30 miliardi (in quanto la nostra quota di maggiori tasse europee è circa 50 miliardi), più o meno l’equivalente del nostro apporto netto al bilancio comunitario. Andrebbe sottolineato anche che le risorse previste arrivano con la “promozione” a condizionalità delle raccomandazioni contenute nella procedura del “semestre europeo”. Le raccomandazioni, si vedano i testi arrivati negli anni alle nostre spalle, sono piuttosto pesanti: il “Bruxelles Consensus” prevede, oltre alle misure di buon senso sulla macchina amministrativa pubblica e, in particolare, sulla giustizia, tagli al welfare, sempre eccessivo comunque; smontaggio dei pochi diritti rimasti ai lavoratori e poi le privatizzazioni degli asset pubblici. Attenzione: qui, non si discute il sacrosanto diritto/dovere di verificare come, dove e quando vengono spese risorse comuni e pagate da tutti i contribuenti dell’Unione. Qui si evidenzia che, oltre a monitorare passo passo l’effettiva attuazione dei programmi finanziati, si impone la solita agenda liberista di “riforme” strutturali. È un punto incisivo sul piano politico. Anche perché la verifica dei “compiti a casa”, ossia la possibilità di tirare “il freno di emergenza” richiesto dai cosiddetti Paesi “frugali” è affidata all’Economic and Financial Commeettee, un comitato tecnico, una sorta di “sala macchine” formato Troika, composto dai rappresentanti dei Ministeri delle Finanze e delle Banche Centrali nazionali, oltre che della Commissione europea e della Bce.
Inoltre, va rimarcato, come ha fatto il Parlamento Europeo giovedì scorso con un voto a larghissima maggioranza sulla mozione dedicata all’accordo di Bruxelles, che la svolta compiuta dal Consiglio europeo ha travolto programmi fondamentali per il Green Deal, per la sicurezza e la ricerca sanitaria, per l’istruzione, per il governo dei flussi migratori. Il faro mediatico e politico era puntato sul numero magico di 750 miliardi per il Recovery Fund che, seppur con un pesante ribilanciamento tra grants e loans, è stato difeso dal Presidente Charles Michael e Angela Merkel. Tuttavia, nell’area meno illuminata dai media, sono stati tagliati gli stanziamenti del Quadro finanziario pluriennale 2021-2027: il totale, 1074 miliardi in 7 anni, inferiore a quanto disposto per il settennio in corso, è rimasto finanche al di sotto del livello infimo proposto dalla presidenza finlandese a Febbraio scorso (1087 miliardi), allora giudicato inaccettabile dalla Commissione (impegnata per arrivare a 1135 miliardi) e dal Parlamento europeo (ambiziosamente concentrato a raggiungere 1324 miliardi), oltre che da noi e da tanti altri Stati. Tale importo già striminzito è stato ulteriormente ridotto per confermare e innalzare i rebates, ossia gli sconti nei versamenti annuali, di Olanda, Danimarca, Svezia, Finlandia e Germania (circa 8 miliardi l’anno).

In sintesi, la svolta politica è stata una svolta, necessaria, strumentale a salvare quest’Unione europea, con il suo rigido impianto normativo e con le conseguenti gerarchie, produttive sociali e territoriali. Non sono state gettare le fondamenta per un’altra Ue. L’interpretazione lungimirante dell’interesse nazionale di ciascuno ha prevalso, per fortuna, ma non sono stati neanche sfiorati i pilastri ordoliberisti dei Trattati: l’Ue e l’eurozona continua a essere fondata sulla stabilità dei prezzi e sulla concorrenza, non sul lavoro (a tal proposito, su Micromega, un convincente commento di Alessandro Somma). Suscita misericordia leggere, anche da fonti di cosiddetta “sinistra radicale”, che “l’austerità è superata”. Il Patto di Stabilità e il Fiscal Compact sono, invece, soltanto sospesi e, come preannunciato dal Vice-Presidente Dombroviskis, già a Primavera potrebbero essere riattivati. La regolazione del mercato unico e i suoi effetti insostenibili di svalutazione del lavoro attraverso il dumping sociale e fiscale rimangono intatti e non sono oggetto di discussione.

Infine, nella comprensibile eccitazione per lo scampato pericolo, è stata trascurata una questione politica di fondo, inevitabilmente presa di petto dal Parlamento europeo: la celebrata svolta, oltre ad essere conservativa, sposta in senso confederale l’equilibrio politico tra dimensione comunitaria e dimensione intergovernativa, ossia verso un’Unione intesa come insieme di Stati nazionali, non verso gli Stati Uniti d’Europa, espressione del superamento della statualità e della democrazia nazionale. Sono illuminanti alcuni passaggi della citata mozione approvata a Strasburgo. Il Parlamento europeo: “ricorda che la base giuridica scelta per l’istituzione del Recovery Fund non attribuisce un ruolo formale ai deputati eletti al Parlamento europeo;” … “deplora il fatto che troppo spesso l’adesione esclusiva a interessi e posizioni nazionali metta a rischio il conseguimento di soluzioni comuni che sono nell’interesse generale; avverte che i tagli al QFP contrastano con gli obiettivi dell’UE;”. Certo, la Commissione rimane formalmente titolata a valutare la realizzazione dei programmi finanziati dal Recovery and Resilience Facility e l’attuazione delle raccomandazioni di policy strette intorno ai finanziamenti. Tuttavia, la possibilità di azionare il “freno di emergenza”, anche da parte di un solo Stato, nell’ambito dell’Economic e Financial Commeettee, determina il passaggio del dossier al Consiglio. Il Consiglio discute, non decide, ma è evidente il peso politico della discussione.
Invece, con pragmatismo, nella tensione tra resistenza comunitaria e spinta intergovernativa, andrebbe utilizzata l’unica istituzione, federale e regolata dal voto a maggioranza, dotata della potenza di fuoco e dei tempi di reazione necessari a arginare i danni economici e sociali determinati dalla pandemia e avviare la ricostruzione: la Banca centrale europea. Nel suo statuto è previsto come target soltanto il tasso di inflazione al 2%, non l’occupazione, a differenza di quanto scritto negli atti costitutivi delle banche centrali nate fuori dalla gabbia ordoliberista. Ma, oggi e nel biennio davanti a noi, le prospettive dei prezzi sono così anemiche in generale e la ripresa così sbilanciata tra Stati da rendere possibile, dietro al velo dell’indipendenza di Francoforte, l’input politico per legittimare un ampliamento immediato degli acquisti dei Titoli degli Stati più in difficoltà economica e di finanza pubblica e una loro carsica sterilizzazione nei bilanci delle banche centrali nazionali.

Forse, da tutte le parti in campo, andrebbe preso atto dei dai di realtà. Rimanere prigionieri delle illusioni, del sogno di Ventotene degli Stati Uniti d’Europa, può essere consolatorio, ma è molto pericoloso. Una infondata interpretazione della “svolta” potrebbe portare ad un disinvolto accesso al Mes, illusi che “l’Europa è cambiata” ed è stata avviata la revisione dell’impianto neoliberista e archiviata la categoria di interesse, appartenenza e democrazia nazionale.

Stefano Fassina

Articolo presente sull’Huffington Post

 

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