La partita delle Città

In Italia e in Europa, le oligarchie economiche e finanziarie si saldano in una micidiale alleanza e impongono le loro scelte, la politica perde terreno, e aumenta la distanza tra i governi ed i popoli.
Le periferie si allargano a dismisura, sono periferie geografiche come le regioni minerarie della Gran Bretagna o i grandi distretti industriali, come il Mezzogiorno d’Italia, separato dal resto del paese da distanze incolmabili.
Nelle metropoli le periferie fisiche sono interi quartieri che rimangono ai margini, lontani dal bene città e dalle sue opportunità.
Sono ad esempio i grandi rioni dell’edilizia residenziale pubblica che in attesa da decenni di progetti di riqualificazione urbana rimangono abbandonati a se stessi, privi di manutenzione ordinaria o di cura del verde e degli spazi.
Chiunque abita una grande città conosce luoghi del genere, dove gli abitanti attendono per anni l’allacciamento del gas, gli ascensori non funzionano, i solai sono pericolanti, il campetto di calcio si è trasformato in un campo di erbacce e i giardinetti pubblici sono pieni di rifiuti e di siringhe.
Poi ci sono i quartieri abusivi, quelli nati fuori dai piani regolatori, che sono cresciuti in maniera selvaggia, incontrollata, privi di allacci fognari adeguati,di strade, di piazze e spazi verdi; i cittadini hanno pagato gli oneri per i condoni e con essi quelli di urbanizzazione, ma difficilmente hanno avuto in cambio un reale miglioramento della qualità dei servizi.
Le periferie si allargano, sono periferie non solo fisiche,sono le donne, gli espulsi dal mondo del lavoro, i precari a vita, lavoratrici e lavoratori dei servizi, delle piccole cooperative e delle microimprese, ambulanti e piccoli commercianti, migranti, professionisti in difficoltà, la classe media impoverita, le famiglie monoreddito.
Sono i nuovi poveri: chi combatte per pagare l’affitto o il mutuo ed arrivare a fine mese, chi non riesce più a curarsi dopo anni di smantellamento della sanità pubblica, chi non riesce a mandare più i figli all’Università, a concedersi qualche giorno di vacanza, un concerto, il cinema o il teatro; sono in tante e in tanti a rimanere indietro a non reggere il passo, e in tempo di pandemia e di crisi diventeranno molti di più.
La particolarità delle città è che in esse le periferie fisiche e le periferie economiche sociali e culturali sempre più coincidono; il popolo delle periferie economiche e sociali abita le periferie geografiche, è il segno di un’esclusione e di una marginalità, che hanno il carattere di una condanna senza appello.
Il processo di gentrificazione avanza, un processo che vende alle grandi catene commerciali e ai marchi famosi il centro delle metropoli, facendo salire i prezzi delle abitazioni, causando la chiusura dei piccoli esercizi commerciali, delle attività artigianali e tradizionali, e in definitiva espelle gli abitanti storici, poiché smantella la loro economia e le loro opportunità di vita.
Il modello di Città che avanza prevalentemente in Europa e nell’Occidente è quindi un modello che separa le persone, che spezza i legami, che allarga la distanza tra centro e periferia.
Questo modello realizza, rende concreta l’economia neoliberista sul territorio, spersonalizza i centri storici , li rende tutti uguali e senza identità e crea quartieri marginali altrettanto uguali e senza identità, amplifica le diseguaglianze sociali, i disagi, i conflitti.
La coincidenza delle periferie fisiche e materiali tipica delle metropoli, presenta però una singolarità, in tempi di frantumazione sociale dove è difficile leggere ed evidenziare lo scontro tra blocchi di interessi contrapposti , offre un luogo fisico, uno scenario, al conflitto sociale, lo localizza, lo rende visibile.
È proprio la visibilità dei luoghi del conflitto spesso altrimenti sotterranei e difficili da individuare che rende determinante la partita che si gioca nelle città.
Ad intercettare la sofferenza sociale è soprattutto la destra che fa finta di rivolgersi ai ceti popolari e ne manipola la rabbia e l’esasperazione, diventa quindi urgente saper raccogliere le domande di protezione sociale e di protezione identitaria che arrivano dai rioni dell’edilizia pubblica, dalle periferie urbane, dai quartieri del disagio e saper fornire le risposte concrete, si può e si deve pensare un modello più equo di città.
Per fortuna, spesso proprio per contrastare il degrado,l’abbandono e la marginalità crescono processi nuovi, succede per impedire la costruzione di una discarica o lo smantellamento di un‘ospedale ad esempio, o per riappropriarsi di uno stabile abbandonato. Si tratta  di forme di autorganizzazione solidale, occupazione di spazi per uso collettivo, movimenti, associazioni, nuovi linguaggi culturali, originali forme d’arte metropolitana.
Da queste energie bisogna cominciare per costruire una città più giusta , puntando sui legami, sulle esperienze e le competenze che esistono nei territori, e sapendo elaborare un modello di governo ampio e partecipato e contemporaneamente più efficace e concreto.
Le difficoltà sono immense, le politiche economiche europee e nazionali, mettono in ginocchio i Comuni, con tagli economici e vincoli di bilancio, che spesso impediscono di investire in servizi, riqualificazione urbana, ambiente, salute dei cittadini, cultura; solo negli ultimi due o  tre anni sono stati tagliati miliardi di euro nei programmi per le periferie, per l’edilizia popolare, per la spesa sociale.
Bisogna affrontare temi difficili, la manutenzione e la cura del territorio, i trasporti, l’edilizia scolastica, il diritto alla casa, l’organizzazione del commercio locale, i tempi, la costruzione di una città accogliente, per questo è necessario il coinvolgimento attivo di energie di cittadinanza, la mobilitazione di comitati, movimenti, spazi liberati, di nuove comunità che crescono.
Una discussione che si intreccia con quella sul potenziamento del decentramento urbano. Vi è la necessità di dare alle realtà territoriali strumenti di governo sempre più efficaci, per affrontare nelle metropoli il governo di realtà complesse e disomogenee, per stabilire un rapporto fecondo con i singoli quartieri e costruire una classe dirigente autorevole e diffusa sul territorio.
Nella primavera del 2021 andranno a votare più di 1.350 comuni, dei quali una ventina e più sono capoluoghi di provincia.
Sono interessate 4 delle grandi metropoli italiane: Roma, Milano, Napoli e Torino e la città di Bologna, solo questi comuni contano una popolazione di 6.500.000 abitanti, ma poiché oggi, di diritto, il Sindaco del comune capoluogo coincide con quello della città metropolitana, parliamo di 14.000.000 circa.
Un turno elettorale fondamentale non solo per i numeri coinvolti, ma perché ovviamente influenza il quadro politico nazionale e disegna linee e schemi dello sviluppo e della crescita territoriale per l’intero paese.
Ecco perché bisogna assolutamente essere presenti nella discussione che determina il futuro delle nostre città, bisogna farlo con una propria autonoma proposta politica, costruita attraverso l’alleanza con le forze della cittadinanza organizzata e il dialogo con le istituzioni di prossimità, le più vicine ai bisogni ed alle istanze del territorio.
Fermare l’avanzata del neoliberismo non è una battaglia astratta , si conduce in molteplici luoghi e su fronti diversi, non lo si può fare dalle sole aule del parlamento, fondamentale sicuramente diventa occupare spazi nelle istituzioni territoriali.
Oggi si tratta di contendere il terreno palmo a palmo, ad un modello economico, sociale e culturale molto aggressivo e pervasivo, ma che mai come all’epoca della pandemia mostra tutti i suoi limiti e le sue inefficienze.
La politica si riprende il suo primato se sarà capace di costruire metropoli diverse dalle attuali, di accorciare le distanze tra centro e periferie, di colmare le diseguaglianze e di offrire a tutte e tutti uguali opportunità di vita e di futuro.
Melinda Di Matteo
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