L’essenziale e invisibile lavoro delle donne.

L’immagine simbolo dei giorni più drammatici della pandemia in Italia è una   foto  scattata l’8 marzo alle sei di mattina, la foto di un’ infermiera stremata, crollata nel sonno alla fine di un turno massacrante.
Pochi giorni dopo la stessa  sarebbe risultata positiva al Covid 19  come tante delle sue colleghe, per fortuna oggi sta bene e probabilmente è ritornata al suo lavoro.
Non è un caso che quella foto che ci ha accompagnato nei giorni dell’angoscia, che ci ha colpito più delle migliaia di interviste di eminenti virologi ed esperti quasi tutti uomini, sia la foto di una donna, di una lavoratrice come tante nella bufera che ha travolto gli ospedali italiani.
La pandemia in questi mesi ha svelato Il lavoro delle donne, lo ha mostrato per quello che realmente è : lavoro essenziale. Ci sono attivita’ che neanche il lockdown ha potuto fermare, in quei settori definiti appunto essenziali, le donne sono la maggioranza.
Così accade in tutto il mondo.
Secondo dati riportati dal New York Times : negli Stati Uniti nove infermieri su dieci sono donne, uguale è la situazione nel settore della  fisiotetapia, tra gli assistenti sanitari e nelle farmacie. Le cassiere nei negozi di alimentari e le banconiste nei fast food costituiscono i due terzi del personale.
La sanità, dove la presenza femminile è altissima, è divenuta centrale, si calcola che nel mondo il 70 per cento degli operatori sanitari sono donne, e fuori dagli ospedali, svolgono la quasi totalità del lavoro di assistenza e di cura degli anziani e dei malati.
Le donne sono una forza lavoro indispensabile che nell’emergenza diventa improvvisamente visibile, determinante perché assicura che il paese possa sopravvivere.
Quando parliamo di infermiere, di badanti, di colf, di banconiste o di cassiere stiamo parlando ancora di lavoro per così dire “ufficiale”. Questi dati già così significativi non tengono conto, della quota di lavoro svolto  in famiglia senza alcuna remunerazione , non  parlano di quell’esercito di manodopera non pagato, che tanto è funzionale all’attuale modello di sviluppo quanto ignorato.
Ma anche su questo lavoro oscuro la crisi in corso getta una nuova luce, nel lockdown sono venute meno colf e badanti, sia per motivi di sicurezza sia per difficoltà economiche e si è rivelato tutto il peso della gestione della casa e della famiglia, che è tornato a gravare in maniera diretta sulle donne.
Questo perché il lavoro domestico non è mai stato assunto come necessità sociale e collettiva ma considerato sempre una faccenda privata, che al massimo viene delegato, pagando, ad altre lavoratrici. Così le donne si destreggiano come possono tra le videoconferenze di lavoro, i pasti da preparare, le lezioni dei figli, la cura degli anziani, è una fatica immensa.
Le aziende e gli uffici pubblici hanno adottato quasi tutti la modalità dello smart working, ma lavorare da casa è un’esperienza dura, perché è complicato trovare la tranquillità per farlo, circoscrivere orari e spazi.  Da varie ricerche risulta che le donne in questo periodo sono più stanche di prima, e fanno ancora più fatica a conciliare lavoro e vita domestica.
La responsabilità della gestione familiare rimane nel 2020 ancora quasi tutta su di loro, le nuove modalità di lavoro che potrebbero rivoluzionare il futuro, e che in tanti vedono come una prospettiva entusiasmante, rischiano di trasformarsi  per tante in una gabbia pesantissima che riduce ogni spazio libero e le condanna a ritmi massacranti, se prima non si colma lo squlibrio attuale tra generi.
 Nella grave crisi economica che inevitabilmente ci attende, ci sarà meno lavoro  e le donne che sono in gran parte precarie, che hanno spesso contratti a tempo o a orario ridotto saranno le prime a pagare, anche perché  in assenza di sostegni preferiranno rinunciare e rimanere in famiglia,  nei periodi difficili le condizioni di svantaggio si acuiscono. I bonus per la baby sitter, i congedi parentali aiuteranno, ma per tutelare e rilanciare il lavoro femminile c’è bisogno di molto di più.
 Si invoca l’apertura delle scuole come la soluzione dei problemi, è davvero inquietante constatare come la scuola supplisca di fatto alle enormi carenze del welfare in Italia, alla quasi totale assenza di politiche per la famiglia e per le donne, che di quelle famiglie assicurano la sopravvivenza.
Quello che servirebbe davvero è il riconoscimento del valore economico del lavoro di cura e insieme la rifondazione del sistema di welfare e delle politiche sociali.
È un discorso lungo e complicatissimo, anche perché ci verrà opposta proprio l’emergenza economica per dire come al solito che altre sono le priorità.
Del resto l’attuale ordine neoliberista, non regge se viene messo in discussione uno dei suoi pilastri fondamentali, l’esercito di manodopera malpagato o addirittura gratuito garantito dalle donne, che assicura la riproduzione e il mantenimento dell’ordine sociale.
 Si dice continuamente che  questa pandemia potrebbe essere l’occasione per ripensare tutto il sistema, ma per il momento le notizie non sono confortanti.  Secondo dati riportati in occasione della festa della mamma  dal Sole 24 ore, e raccolti dalla Fondazione studi e ricerche dei consulenti del lavoro,  “le mamme hanno lavorato di più durante il lockdown, proprio perchè impiegate in servizi essenziali, il 74%delle donne contro il 66% degli uomini sul campione intervistato, ma nella fase 2 viste le difficoltà di conciliazione tra lavoro e famiglia, potrebbero ritrovarsi di fronte al dilemma se continuare a lavorare oppure no”,  sempre da questa  ricerca risulta che  proprio le lavoratrici meno qualificate sono costrette  a doversi recare fisicamente al lavoro, e contemporaneamente accudire i figli.  Parliamo probabilmente  di circa un milione e mezzo di donne che percepiscono  un salario mensile netto inferiore a 1000 euro.
Brutte notizie confermate anche nella conferenza tenuta l’8 maggio dall’assessore al lavoro dell’Emilia Romagna, Vincenzo Colla, il 97% delle richieste di cassa integrazione in deroga causa Covid ha infatti riguardato il settore dei servizi, soprattutto il commercio, dei 96.000 lavoratori coinvolti il 61,8%sono donne.
Stiamo parlando di una delle  regioni italiane dove è più alta l’occupazione anche femminile, non sarà sicuramente migliore la sittuazione nel resto del paese, soprattutto nel Mezzogiorno.
Nel decreto rilancio  troviamo qualche  misura utile: bonus per colf e badanti, bonus per baby sitter, centri estivi e servizi per la prima infanza, congedi parentali e smart working per chi ha figli sotto i 14 anni, ma è molto poco,  non tutte possono permettersi di stare in congedo parentale al 50% del salario o di lavorare da casa.
Per quell’esercito di donne che  a meno di 1000 euro al mese, si sobbarca turni massacranti dietro le casse del supermarket, o in ospedale o nei centri per gli anziani, c’è poco o niente.
Del resto da un decreto che cancella l’Irap ai grandi gruppi industriali coi capitali depositati nei paradisi fiscali, è difficile aspettarsi quello che davvero serve: un piano di tutela e di rilancio per le donne lavoratrici.
Dare al lavoro delle donne un ruolo centrale, riconoscerle come soggetti che producono beni comuni ed essenziali, aiutarle con incentivi ed aiuti mirati, significherebbe  partire dalle condizioni  di vita delle persone,  dalle periferie sociali e materiali , da un dato di realtà utile a rilanciare l’Italia  tutta.
Invece da domani il lavoro delle donne rimane essenziale   ma torna ad essere invisibile.
Quella foto che ha accompagnato la nostra quarantena, nonostante la sua forza comunicativa, rischia di rimanere  un ricordo, un’icona potente ma inutile, oppure si può scegliere di tenerne conto davvero, e costruire un  modello sociale ed economico più equo per le donne e per il paese.
Melinda Di Matteo
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