Il voto in UK, un nuovo referendum sulla Brexit.

Comincerei con le considerazioni di un grande leader sindacale britannico, Len Mc Cluskey: “In 2017, Labour secured over 40% of the vote on a radical manifesto with Jeremy Corbyn as leader, pledging to respect the result of the referendum to leave the European Union. Two years on, Labour fell to 32% having stood on a radical manifesto with Corbyn as leader, committed to re-running the referendum on our European Union membership. It is pretty obvious where the essential reason for Thursday’s hugely disappointing result can be found. When our losses are concentrated in former coalfield constituencies and other post-industrial communities that voted heavily “Leave” in the 2016 referendum, and yet we happily retain our position in London more-or-less unscathed, it is staring us in the face. Others will try to make a different case, either because they have volubly hankered after the New Labour past throughout the years of Corbyn’s leadership of the party, or because they lack the honesty to accept the consequences of their advocacy of keeping Britain in the EU at any political cost.”

Ci sono pochi dubbi sul fatto che nel 2017 Corbyn avesse condotto il partito verso il necessario equilibrio fra accettazione del leave e controffensiva non nazionalista e socialista verso il tory leave. Questo riuniva tutti i settori necessari per vincere. Avere squilibrato questa linea con un referendum euro-revanscista, e avere affrontato la campagna elettorale con il leave-remain ancora in campo, ha significato da un lato perdere i voti laburisti popolari leave, dall’altro perdere quote di elettorato remainer verso il (disastroso) voto per i lib-dem.

Lo confermano non solo il confronto 2017-2019, ma molti dati: i sondaggi di Survation davano il Labour nettamente in testa ancora nell’ottobre del 2018.

Sarebbe stato ideale per il Labour affrontare le elezioni potendo riproporre lo stesso equilibrio, grazie per esempio ad una Brexit acquisita. Purtroppo negoziare un accordo con la May e disarmare Johnson non era permesso da un gruppo parlamentare laburista ostile in gran parte a Corbyn per ideologia europeista, e in parte (di sicuro i blairiani e settori della soft left) anche deciso a danneggiarlo in ogni modo.

Questa è l’unica analisi confermata da tutti i dati e i fatti degli ultimi anni. Questi dati confutano molti degli stereotipi che emergono nei grandi giornali e fra gli improvvisati commentatori. Il che è importante anche in termini “operativi”, poiché i dati e i fatti confutano del tutto i neocentrismi (“Corbyn troppo estremista”) perché il suo programma non lo era ed era popolarissimo. I dati confutano anche i postmaterialismi (“ormai la questione sociale e la riforma del capitalismo non appassiona” oppure “il popolo è perduto per la riforma del capitalismo”), atteggiamenti politicamente slombati e intellettualmente superficiali. Certo una cosa va detta: la riforma del capitalismo, come insegna Polany, vince se si mostra alleata delle comunità, non va concepita come indifferente ad esse. Questo caveat il materialismo di ispirazione socialista deve seguirlo, come ha ammesso anche il centro studi Katalys (sinistra sindacale svedese), il che posso garantire significa molto.

Una quota importante della responsabilità pesa anche sulla sinistra europeista che ha condotto il Labour su una linea revanscista: ribaltare in modo protervo il giudizio legittimo del referendum del 2016. Non era lecito aspettarsi che i reduci dalla miniere del nord dell’Inghilterra, dopo decenni di umiliazioni da parte di Thatcher, Major, Blair e Cameron accettassero un’umiliazione anche questa volta. Non perché la scelta leave fosse risolutiva per migliorare le condizioni concrete di questi ceti operai periferici, ma perché se esiste un rifiuto della Ue in tutte le periferie sociali europee un motivo evidentemente esiste. E siccome esiste senza dubbio non si può pretendere il voto di qualcuno umiliando quello referendario da loro espresso in modo del tutto lecito e logico. Ecco perché il profondo programma di cambiamento del Labour era popolarissimo, ma il voto di moltissimi ex-minatori è andato altrove. Molto sinistrismo europeista, in Uk e fuori, deve assumersi le responsabilità di cui giustamente lo accusa McCluskey, che sa meglio di altri come e perché compie le sue scelte la classe lavoratrice. Se ciò non avverrà, oltre al danno già provocato, si rischierà di provocarne un altro: il divorzio fra sinistra e classe lavoratrice. Certo, questo ultimo potrebbe anche essere la strada per una rinascita: la scissione fra socialismo e liberal cosmopoliti, come premessa per la ri-costruzione del rapporto fra socialismo democratico e popolo. Con la conseguente generazione di un’idea equilibrata e aperta di sovranità: solida ma nemica del nazionalismo, popolare e democratica, costituzionale e inter-nazionalista. Che premesse e speranze ci sono per questa impresa storica? Moltissime, e comunque le uniche disponibili. Ma occorre avere più coraggio, e comprendere che purtroppo moltissimi dei nostri amici della sinistra non possono più essere compagni di lotte. Certo, dentro il Labour è diverso: la battaglia si può condurre, perché gente come McCluskey vi peserà ancora. In Italia occorre andare in campo aperto: cercare i McCluskey italiani e fondare un movimento popolare, un terzo polo. Insomma una reincarnazione del socialismo democratico con le caratteristiche che sommariamente ho provato ad indicare.

 

P.S.: qui l’articolo di Len McCluskey 

Paolo Borioni

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