Cosa è successo in umbria

Bastano i dati per commentare le elezioni regionali umbre  di poche settimane fa.

Nel 2008 la coalizione di centro sinistra che elesse rita lorenzetti  prese 250.000 voti, oggi quella che ha sostenuto bianconi 93.000 voti.

I consensi sono andati alla destra  e sono elettori  completamente provenienti dallo schieramento progressista.

Al netto delle tendenze nazionali e internazionali che vedono la destra primeggiare un po ovunque, sicuramente esiste una specificita’ umbra.

Infatti l’umbria e’ stata con bologna una delle capitali del regionalismo.

Pero’ l’umbria nacque con una matrice istituzionale diversa.

Infatti  nella seconda meta dell’ottocento il cardinale antonelli per disegnare l’assetto istituzionale della reegione uso’ i mandamenti mentre per l’emilia uso’ le provincie,

Su questa base si innesto’ l’azione politica della sinistra che gia’ all’inizio del novecento governava moltissimi comuni.

Ma il salto di qualita’ avviene dopo la seconda guerra mondiale  quando la sinistra capisce che le dinamiche dei poteri nelle citta’ in mano alla borghesia non funzionano piu e indicano nella dimensione sovra comunale la via per far rinascere l’umbria.

In questo quadro le borghesie urbane caddero di peso politico e acquistarono, visibilita’ e spazio politico, i ceti produttivi, gli operai, gli artigiani, i contadini.

Non a caso lello rossi parlava “ dell’esercito accampato alle porte della citta’”.

Nell’immediato dopoguerra 300.000 persone cambiarono residenza.

E i mezzadri o gli operai, grazie alle loro organizzazioni, portarono nelle periferie delle citta’ non  solo le  loro esigenze, ma anche  i loro valori .

La sinistra e i comunisti furono i protagonisti di questo processo che stava costruendo un territorio che non c’era e stava agendo sulla dignita’.

Bisogna tener presente quello che scriveva togliatti nel “memoriale  di yalta” (la programmazione per lo sviluppo) o “la globalizzazione” di piero ingrao non a caso capolista in umbria alla camera dei deputati.

Alla visione  “riformista” si accompagnava una forte attenzione alla partecipazione e alla democrazia.

Basti pensare che terni e’ la seconda citta’ dopo alessandria che fara’  l’elezione diretta dei consigli di circoscrizione.

Come bisogna anche considerare quello che avviene nelle fabbriche con il passaggio dalle  commissioni interne ai consigli di fabbrica e la strordinaria esperienza del  mesop e gli accordi contro la monetizzazione della salute nel processo produttivo.

Altra esperienza all’avanguardia  le province umbre che chiusero per prime i manicomi.

E potremmo continuare.

Ad un certo punto questa spinta e’ caduta.

Si e’ abbandonata l’idea del regionalismo come spazio progressivo necessario per migliorare le condizioni di vita delle fasce operose della regione e ci si e’ rinchiusi mano a mano di nuovo nelle citta’.

Sono fioriti anche qui i “cacicchi” come li chiama d’alema.

Il punto di svolta fu la defenestrazione  del presidente bracalente, il professore chiamato a gestire il terremoto e che fu battuto politicamente grazie ad un’alleanza tra il gruppo dirigente regionale e i sindaci di nuovo conio usciti  dal  maggioritario.

I nuovi podesta’ , che nel giro di una decina di anni hanno prodotto buchi spaventosi inseguendo  il primato comunale  e abbandonando via via una visione complessiva e politiche regionali.

Un esempio eclatante sono le utility sovracomunali costruite sulle aziende delle principali citta’ dell’umbria passate mano mano saldamente in mano private.

Il secondo colpo e’ venuto con l’idea bislacca della macro-regione per di piu’ affrontata in ordine sparso con gran parte della provincia di terni orientata verso il lazio, la parte est della regione verso le marche e il trasimeno e perugia verso la toscana.

In questa perdita di visione e con pratiche politiche sempre piu’ originate alla gestione e allo scambio riprendono forza le borghesie municipali.

Siamo tornati all’umbrietta  ed e’ ritornato il trasformismo.

Stiamo vivendo da anni una radicale trasformazione delle classi dirigenti della regione quindi si ricomincia da zero.

Solo che ora c’e’ qualcosa di nuovo: c’e’ la innovazione digitale, lo spostamento di economie rilevanti verso l’oriente, una riduzione drastica della produzione di ricchezza, di disponibilita’ di reddito, di accesso alla formazione e alla cultura.

Nel 1980 il 60% del valore era rappresentato dagli stipendi  e il resto da rendite e profitti.

Ora gli stipendi sono solo  il 32%, e prevalgono largamente le rendite.

Per riannodare il legame che si e’ reciso con vasti strati della popolazione serve un’idea, una speranza di riscatto economico e sociale, serve un progetto politico e sociale per il presente.

Certamente non e’ facile ma bisogna incominciare abbandonando gli approcci neo liberisti e aziendalisti.

Un esempio:

Nella gestione dei rifiuti si vuole passare dal sistema della tassa decisa dai singoli comuni per coprire i costi del servizio, alla tariffa magari unica e uguale per tutti.

Le conseguenze sarebbero sicuramente positive per le aziende che gestiscono il servizio di raccolta e smaltimento dei rifiuti, ma sarebbero disastrose per i cittadini, che vedrebbero aumentare del 25% le bollette, e per i comuni, a cui si sottrarrebbe una qualsiasi possibilita’ di graduare la tassa e si toglierebbero le uniche risorse di cassa disponibili.

Cominciamo da qui: ridare centralita’ e poteri ai territori.