Una manovra poco coraggiosa

Presentati lunedi 18 alle ore 15 migliaia di emendamenti (per l’esattezza 4.550, di cui 1.700 da parte degli stessi gruppi di maggioranza), parte al Senato la navigazione della manovra 2020.
Come giudicarla ponendoci dal punto di vista dei ceti popolari e delle politiche necessarie per la transizione ecologica e il contrasto ai cambiamenti climatici?

Qualcosa di utile c’è, ma non certo una visione strategica per il nostro futuro. Si evita di dover pagare 400-500 euro in più l’anno a famiglia per l’aumento delle aliquote IVA (la tassa indiretta e più antipopolare perché non progressiva e pagata anche da chi non ha un reddito imponibile), si ottiene una riduzione del cuneo fiscale per i lavoratori dipendenti dal 1° luglio prossimo di circa 40 euro al mese (ma deve essere ancora precisato come e per chi esattamente), sempre da luglio non si pagherà più il super-ticket per le visite mediche nelle Regioni che non l’avevano ancora abolito.
Sugli investimenti si inizia ad impostare molto timidamente politiche definite pomposamente “Green New Deal”, riducendo ancor più timidamente alcuni, pochi, sussidi ambientalmente dannosi (che ci costano 19 miliardi l’anno). Si avvia con poche risorse un programma pluriennale di rigenerazione urbana e senza dare la giusta priorità all’edilizia residenziale pubblica. Niente è previsto al momento per rifinanziare il Fondo affitti dopo 4 anni di risorse azzerate, misura che servirebbe ad evitare almeno in parte gli sfratti per morosità incolpevole. Le tasse sulla plastica e sulle auto aziendali sono state mal congegnate e peggio raccontate. Si è inutilmente spaventato il mondo delle partite IVA con redditi medio-bassi con annunci tranchant che non distinguevano tra evasori truffaldini ed evasori per necessità, ripetendo in materia gli errori dei governi Prodi. In ogni caso si è avviato un percorso di lotta all’evasione di cui va tutta verificata la reale efficacia.

Pesano i limiti imposti dalle regole europee di bilancio, mentre occorreva maggior coraggio nel rivendicare più ampi spazi di spesa in deficit ma per investimenti.

I risultati più importanti ottenuti (provvisoriamente?) sono indiretti, e cioè lo stop ai propositi di autonomia differenziata (la “secessione dei ricchi” come la chiama Gianfranco Viesti) e di flat tax generalizzata che avrebbero penalizzato fortemente i ceti meno abbienti a favore della parte più benestante del Paese.

Le incongruenze di una maggioranza ancora troppo disomogenea sono state esaltate dal comportamento sciagurato della componente renziana, dallo smarrimento strategico del Movimento 5 stelle, dalle pastoie centriste con venature neo-liberiste dello stesso PD. In questa situazione non è stato possibile operare una significativa redistribuzione del carico fiscale non volendo colpire le rendite ed operando con micro-tasse dispersive spesso mal impostate. Servivano investimenti sulla ricerca, per nuove tecnologie, per accompagnare la riconversione delle imprese, la riqualificazione dei lavoratori, garantendo il reddito, creando nuove opportunità occupazionali a partire dal caso dell’ex-ILVA.

Il caso dell’acciaieria di Taranto è emblematico. Si naviga a vista, mentre occorrerebbe un progetto di intervento pubblico sia per la bonifica che per la gestione dello stabilimento ed una programmazione per dotare Taranto di altre attività produttive che non si possono certo ridurre a quelle turistiche pur importanti.

Così per le mille emergenze dovute alle calamità naturali che oltre a Venezia colpiscono una buona fetta del territorio nazionale, si dovrebbe avere il coraggio di impostare un serio intervento pluriennale di contrasto al dissesto idro-geologico ed ai cambiamenti climatici con adeguati finanziamenti.

E’ vero che il governo attuale ha dovuto impostare una manovra di bilancio in poche settimane, ma il rischio concreto è quello di approvare (ostruzionismo della destra permettendo) una manovra purchessia entro il 31 dicembre esaurendo in questa impresa la carica propulsiva dell’esecutivo Conte II e procedendo verso le elezioni anticipate, in particolare se il confronto elettorale in Emilia-Romagna del prossimo gennaio dovesse registrare la vittoria della Lega e dei suoi alleati.

Gli elementi di continuità con il precedente Governo gialloverde non mancano: basti pensare al tema reiterato del “taglio delle tasse”, che limita di molto l’incidenza del riequilibrio del carico fiscale che deve avvenire a favore delle classi popolari, non solo per una questione di equità sociale, ma come elemento concreto per convertire un sistema economico orientato all’export in un’economia per il mercato interno che migliori le condizioni di vita della popolazione. Perdura la mancata attenzione verso il Mezzogiorno e gli scarsi investimenti in istruzione e università.

Esiste nel nostro Paese una gigantesca questione sociale e si vedono anche con chiarezza gli effetti tangibili del clima che cambia.

Ai fini della riduzione della spesa pubblica e per la definizione di agevolazioni per l’innovazione e gli investimenti volti alla riduzione delle emissioni di gas serra da completare entro l’anno 2030, servirebbe un programma pluriennale di riduzione dei sussidi ambientalmente dannosi ed una proposta organica per la ridefinizione del sistema delle agevolazioni a partire dall’anno 2021 in materia di trasporto merci, navale e aereo, di agricoltura e usi civili con l’obiettivo di sostenere le innovazioni e gli investimenti in ricerca, innovazione tecnologica, sviluppo e infrastrutture per la riconversione ecologica che producano una riduzione delle emissioni di gas serra.

Dobbiamo individuare piani per la riconversione dei siti industriali, dei settori produttivi e delle centrali fossili, e formulare proposte per la creazione di nuova occupazione sostenibile e dignitosa, la protezione sociale, la riqualificazione e la ricollocazione lavorativa per i lavoratori coinvolti nella decarbonizzazione dell’economia, politiche di sviluppo delle nuove competenze, politiche di salute e sicurezza sul lavoro, politiche attive del mercato del lavoro. Dunque un vero “Green New Deal” come quello proposto negli USA da Alexandria Ocasio-Cortez, o quello, altrettanto radicale, delineato dai verdi francesi per le elezioni europee del 2009 e poi, in realtà, abbandonato dagli stessi proponenti.

Questo progetto deve essere sviluppato con un ampio percorso di partecipazione democratica ed il pieno coinvolgimento delle parti sociali, degli enti locali, delle comunità coinvolte, delle associazioni e dei movimenti impegnati nell’azione per il clima, delle Università e dei ricercatori.

Questa maggioranza saprà essere all’altezza di queste sfide? I dubbi sono più che legittimi.

Serve fare chiarezza rapidamente, anche convocando a gennaio un’assemblea di tutti i parlamentari di maggioranza. Se questo rilancio progettuale non fosse possibile è meglio andare alla verifica con gli elettori.

Alessandro De Toni

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