L’autonomia differenziata e il principio di sussidiarietà (per principianti)

Che cos’è l’autonomia differenziata di cui tanto si discute in questi giorni? È vero sul serio che si creeranno cittadini di serie A e serie B oppure – come sostengono i governatori di Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna – si tratta di una questione di pura efficienza?

Facciamo chiarezza una volta per tutte: l’autonomia avallerebbe e promuoverebbe pure in via di diritto differenze che già esistono in via di fatto ed è per questo che, per chi creda nell’importanza dell’uguaglianza formale e sostanziale prevista dalla Costituzione Italiana (il famoso articolo 3), l’autonomia è semplicemente inaccettabile. Che ne sarà del patto sociale e l’idea di un popolo tutto uguale, come avrebbe invece voluto (e ancora vorrebbe) la nostra Carta?

L’autonomia differenziata si basa semplicemente su uno strumento che esiste già da tempo: la riforma del titolo  V della Costituzione, che è entrata in vigore in Italia nel 2001 e ha stravolto l’impianto della nostra legislazione. Può sembrare una questione puramente giuridica, noiosa e da addetti ai lavori, ma la verità è che con quella riforma si è deciso di depotenziare in parte lo Stato centrale, aumentando per converso le responsabilità e il potere delle Regioni, sulla base del principio di sussidiarietà. Non ci sarebbe nulla di strano, se non fosse che nella materia cosiddetta “concorrente” siano finite materie che decidono la qualità della vita di noi cittadini, la nostra buona o cattiva sorte non sulla carta, ma nella quotidianità in carne e ossa: due su tutte, la sanità e la scuola. Il principio di sussidiarietà, che era alla base di quella riforma e che è ancora la musa ispiratrice di Zaia, Fontana e Bonaccini, è un principio che viene dall’impianto europeo e che a sua volta sarebbe mutuato dalla chiesa cattolica: in soldoni chiede che problemi, conflitti, bisogni e servizi siano risolti ed erogati sempre prima nel livello più prossimo al cittadino, cioè il consiglio di quartiere, poi il Comune, poi semmai la Regione e via discorrendo. Insomma, ci dice questo principio: se una legge ci deve essere o una risposta deve essere data, che sia quella “più locale”. Non solo: la sussidiarietà orizzontale ci dice che le risposte del privato sono sempre da preferire al pubblico, anche lì, sempre abbracciando la retorica che tutto ciò che è privato sia automaticamente più smart, libero, bello e funzionale, al contrario dei (presunti) tentacoli mostruosamente lenti dello Stato Centrale. Ma è così che vanno le cose? Davvero è tutto rose e fiori come leggiamo nelle dichiarazioni  degli autonomisti, davvero questo spronerà i cittadini del sud (quelli che fino all’altro ieri venivano chiamati “terroni”, esatto) a diventare bravi perché si renderanno conto che le cose nel loro Comune o Regione non funzionano? Quello che gli appassionati dell’autonomia non raccontano è che le differenze che ci sono fra tessuti, a maggior ragione quando sono risalenti nel tempo, non si sanano (almeno non soltanto) con la rabbia purificatrice dell’elettore che “punisce” il proprio governo locale: nella realtà le differenze si acuiscono, generazioni intere figlie della “devolution” ne pagano le conseguenze con servizi sanitari e scolastici differenziati, sulla base del fatto che non tutti hanno la fortuna di nascere nella Regione virtuosa, e senza neppure poter contare su uno stato centrale che assicuri invece la sua uguaglianza in mezzo e davanti agli altri cittadini. I costituzionalisti più avveduti sanno bene che una legge diversa per regione crea di fatto venti situazioni diverse. 

Davvero l’efficienza di due amministrazioni regionali è preferibile o addirittura prioritaria rispetto al principio di uguaglianza di tutti i cittadini italiani? La regione in cui si nasce determinerà la vita di tutti noi, cosicché  un cittadino abruzzese sarà trattato diversamente da uno valdostano? E come farà lo Stato a “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”? 

Qualcuno dovrebbe chiederlo ai promotori dell’autonomia regionale differenziata.