Lettera aperta alle candidate e ai candidati al Parlamento UE

Tra pochi giorni, voteremo per il Parlamento europeo. Da mesi, si sottolinea che “sono le prime elezioni in cui la posta in gioco è l’Unione europea”. Ma è davvero deprimente l’assenza di una pur minimale discussione di merito, tra dimissioni di Siri, crociate reazionarie di Salvini e presidi anti-fascisti. Le posizioni in campo sono state polarizzate, dai media mainstream e dai protagonisti, in una contrapposizione artificiosa e strumentale: “sovranisti” contro “europeisti”. Sono categorie e definizioni inventate, forzate (il contraddittorio e camaleontico M5S dove va?), alla fine utili a conservare lo status quo: un assetto istituzionale e regolativo mercantilista, quindi orientato alla svalutazione del lavoro e alla salvaguardia degli interessi economici più forti, in particolare, la finanza e le grandi imprese esportatrici.

I cosiddetti sovranisti prima erano tali in quanto No-Eu e No-euro. Ma hanno abbandonato le inservibili parole d’ordine: hanno dovuto prendere atto che l’uscita dalla Ue o dall’euro non può essere un programma politico. Ora, non vogliono più l’“exit”, ma vogliono, da dentro, “buon senso” e “cambiare tutto”, ma operano per accordarsi con il Partito Popolare Europeo, la versatile e pragmatica “famiglia” politica estesa dalla Merkel all’autosospeso Orban, protagonista dell’europeismo liberista che, dissanguati i partiti socialisti, arruola i sovranisti per puntellare l’ordine liberista in cambio della chiusura delle “frontiere esterne” e dell’assolutizzazione dell’identità cristiana dell’Ue. Dovrebbero essere denominati per quello che sono: nazionalisti.

Sull’altra polarità, i cosiddetti “europeisti” si definiscono e sono definiti sostanzialmente in negativo, ossia in contrapposizione a Lega e M5S. In quanto alternativi ai “barbari”, sono progressisti per definizione. Puntano a ricomprendere in un Fronte Repubblicano, “da Macron a Tsipras” indicano senza imbarazzo, tutti coloro che sono fuori dal recinto nazionalista nella difesa, di fatto, dello status quo. La realtà, ossia il mercato unico europeo e l’euro come fattori programmati di svalutazione lavoro, viene al più esorcizzata con il richiamo astratto e retorico a un’ “Altra Europa”, alla “nostra Europa”, alla “democratizzazione dell’Unione Europea”, agli “Stati Uniti d’Europa”. I loro cavalli di battaglia sono indicativi della impressionante subalternità culturale. Per combattere la disuguaglianza determinata dal mercato unico europeo, irresponsabilmente esteso nel 2004 dalla Commissione Prodi a Paesi con condizioni di lavoro cinesi, propongono il salario minimo europeo: uno specchietto per le allodole, dato che un salario minimo sostenibile in uno Stato membro con retribuzione media mensile di 300 euro è irrilevante per il contrasto al dumping sociale. Per comunicare la ritrovata attenzione alla questione sociale, sbandierano anche la proposta di “indennità europea di disoccupazione”. Un messaggio ottuso e senza speranza: non ti prometto di impegnarmi per la “piena e buona occupazione”, come dovrebbe fare una qualunque forza politica seriamente riformista. Ti confermo un futuro senza lavoro, ma con un’indennità in parte finanziata da fondi europei, ai quali tra l’altro concorriamo come contribuenti netti. Fantastico!

Per provare a superare una discussione regressiva, rassegnata o, nel migliore dei casi, astratta e retorica, di fatto funzionale all’allargamento del consenso alla deriva nazionalista, proponiamo, come esempi, 5 punti per migliorare le condizioni del lavoro e promuovere i nostri principi costituzionali:

1) No all’ulteriore allargamento dell’UE, previsto a breve per gli Stati balcanici, data l’assenza di standard contrattuali, sociali e fiscali per i movimenti di capitali, servizi, merci e persone tra Stati membri caratterizzati da enormi differenze di reddito pro-capite e di welfare;

2) No all’accordo CETA e al TTIP, Si all’eliminazione delle disposizioni per l’entrata in vigore provvisoria dei trattati internazionali e all’attribuzione ai Parlamenti nazionali del diritto di veto anche in assenza della “causa mista” per accordi sottoscritti dalla Commissione europea;

3) Eliminazione della Direttiva Bolkenstein e della Direttiva sui lavoratori distaccati e introduzione del principio delle migliori condizioni contrattuali per il lavoratore in sostituzione del principio del “Paese di origine”;

4) Introduzione di limiti ai movimenti di capitali, servizi, merci e persone nei confronti di Stati indisponibili al superamento della condizione di paradisi fiscali europei;

5) Introduzione di limiti ai movimenti di capitali, servizi, merci e persone nei confronti di Stati indisponibili a regolazione, accoglienza e integrazione condivisa dei flussi migratori in sostituzione del Trattato di Dublino.

I punti richiamati riguardano il mercato unico europeo, il meccanismo di gran lunga più rilevante, con effetti enormemente più devastanti del Fiscal Compact, per la svalutazione del lavoro, l’impoverimento delle classi medie e l’impennata delle disuguaglianze. L’impegno su tali punti è condizione minima di credibilità politica e programmatica per ricevere un mandato dalla parte del lavoro e della sovranità costituzionale.

 

Articolo pubblicato sull’Huffington Post il 12 maggio