Stefano Fassina: Manovra di galleggiamento contro la Costituzione e il Mezzogiorno

Fassina sulla Finanziaria

Questione democratica e questione economico-sociale. Sempre connesse. La Legge di Bilancio è, oggi, all’ ultimo passaggio formale alla Camera dei Deputati. Il Governo sovranista e populista, aggettivi orgogliosamente utilizzati per auto-definirsi da M5S e Lega, nega la sovranità popolare, affidata dalla Costituzione al Parlamento. Impone a Senato e Camera, una Legge di Bilancio in larghissima continuità con le “manovre” della scorsa legislatura, quindi orientata alla prossima scadenza elettorale senza alcuna misura adeguata a affrontare i nodi strutturali, interni e sovranazionali, stretti intorno allo sviluppo dell’Italia. La principale vittima è il Mezzogiorno.

Questione democratica. Il dominio dell’esecutivo sul legislativo è in corso da tempo. Il Pd, ora alla carica per difendere la centralità del Parlamento, ha responsabilità enormi: gli otto voti di fiducia sulla legge elettorale, soltanto un esempio degli strappi compiuti nella scorsa legislatura, hanno aperto un varco pericolosissimo. Ma, il “Governo del cambiamento”, costituito dai partiti protagonisti della vittoria del no al referendum del 4 Dicembre 2016, avrebbe dovuto invertire rotta per affermare la sovranità del popolo. Oggi, invece, si conclude un passaggio senza precedenti nella negazione della democrazia costituzionale. Non era mai accaduto che neanche una Camera potesse entrare nel merito del provvedimento più importante della vita istituzionale e politica di una comunità. La prima lettura a Montecitorio, è stata di “intrattenimento”, mentre era in corso il negoziato con la Commissione europea. Al Senato, è arrivato in zona Cesarini il maxi-emendamento confezionato con Bruxelles: un testo non soltanto ridimensionato negli importi per i principali capitoli di spesa (il cosiddetto “Reddito di Cittadinanza” e “Quota 100”), ma inzeppato di misure aggiuntive, improvvisate, estremamente rilevanti per impatto economico e sociale (dal raddoppio dell’Ires sulle imprese no-profit, al blocco delle assunzioni nelle Pubbliche Amministrazioni, alla possibilità di cambio di destinazione d’uso per la svendita rapida del patrimonio pubblico, al taglio ai fondi per il pluralismo nell’informazione), insieme a una valanga di misure ordinamentali (ossia prive di riflessi di finanza pubblica), “marchette” le avrebbero definite dall’opposizione i campioni del M5S.

In sintesi, un pacco arrivato a 1.200 commi, approvato prima di Natale senza esame né in Commissione né in Aula a Palazzo Madama. Stessa amputazione del processo legislativo ora a Montecitorio.

“È colpa della Commissione europea”, sostiene il Presidente del Consiglio. “Non vi erano alternative per rispettare il termine del 31 Dicembre e evitare l’esercizio provvisorio”, è il mantra dei partiti di maggioranza. Il Quirinale, impegnato in operoso silenzio a evitare la procedura sanzionatoria della Commissione europea, non può fare nulla, evidenzia rassegnata larghissima parte delle opposizioni. In realtà, un’alternativa c’era. I presidenti di Senato e Camera, Casellati e Fico, con maggiore consapevolezza delle loro funzioni costituzionali e un po’ di coraggio, avrebbero dovuto promuoverla. Ovviamente, l’alternativa non sarebbe stata gratis in termini di reputazione politica del nostro Paese, ma c’era ed era meno peggio di quanto accade ora: un mese di esercizio provvisorio del Bilancio dello Stato per consentire almeno a un ramo del Parlamento di svolgere le funzioni previste dalla Costituzione. Invece, i principi costituzionali della democrazia parlamentare sono stati sacrificati ai principi di finanza pubblica, certo presenti nella Costituzione della Repubblica, ma subordinati ai primi. L’esercizio ordinario del Bilancio dello Stato è diventato priorità assoluta e ha così schiacciato l’essenza costituzionale della nostra Repubblica democratica. Eppure, l’esercizio provvisorio per un mese non è una dichiarazione di fallimento. Semplicemente, rimangono le norme pre-vigenti e scattano limiti di esecuzione mensili (1/12 dell’importo annuo) per ciascun programma di spesa. Per scongiurare l’aumento dell’Iva, si sarebbe potuta spostare la norma prevista nel Disegno di Legge di Bilancio nel Decreto cosiddetto “Milleproroghe”, emanato a ogni fine d’anno. Invece, M5S e Lega, partiti senza il tabù dell’euro, hanno reso tabù anche l’esercizio provvisorio. In sintesi, i sovrani sono i mercati, anche quando il popolo ha i suoi “avvocati” a Palazzo Chigi.

Invocare la sovranità popolare non è retorica populista. Il rispetto della Costituzione è sostanza. Avrebbe dato la possibilità di correggere un impianto di politica economica che, avviato in potenziale discontinuità con le manovre della scorsa legislatura, è finito a negoziare i decimali di flessibilità, come prima. Il compromesso con la Commissione europea era inevitabile, ma andava perseguito sul terreno della revisione delle regole del gioco, come proposto nel documento elaborato dal Ministro Savona. Invece, mentre all’ultimo Eurosummit del 14 Dicembre il Presidente Conte firma un documento capestro che apre alla ristrutturazione del debito pubblico, il braccio di ferro tra Fiscal Compact da una parte e costrizioni da promesse elettorali dall’altra genera un pacchetto senza più segno espansivo, in una fase di rallentamento dell’economia globale e in particolare europea, dato il suo estremismo mercantilista. E definisce per il triennio uno scenario programmatico insostenibile, poggiato su impossibili clausole di salvaguardia da aumenti Iva superiori a quelli ereditati dai Governi Renzi-Gentiloni. Un quadro recessivo, fonte di incertezza tale da incatenare anche i più temerari animal spirits delle favole liberiste. Un insieme di interventi, ancora una volta supply-side, ossia dedicati a migliorare le condizioni dell’offerta, caratterizzato dal riconfezionamento dei provvedimenti adottati dai governi Pd: il forfettone per il lavoro autonomo, già in vigore, viene ampliato e finanziato con la cancellazione dell’Iri, l’imposta sui redditi d’impresa; la riduzione dell’Ires dal 24% al 15% per investimenti e occupazione aggiuntivi assorbe le risorse sottratte alla stessa platea di imprese di capitali dall’abrogazione dell’Ace, l’agevolazione fiscale per la capitalizzazione; la famosa “Quota 100” ha soltanto carattere temporaneo, come l’Ape social, e viene finanziata in parte con la minore indicizzazione delle pensioni superiori a 1200 euro netti al mese e in parte con il blocco delle assunzioni nelle pubbliche amministrazioni. Soprattutto, gli investimenti pubblici, la variabile chiave per la svolta di politica economica, scendono addirittura al di sotto del minimo storico ereditato dal 2018. In particolare, è ancora una volta colpito il Sud. Al Mezzogiorno, vengono sottratte ulteriori risorse per circa 2,5 miliardi di euro nel solo 2019 (come ricostruito qui dal post del Direttore dello Svimez Luca Bianchi), in una prospettiva di ulteriore redistribuzione territoriale di diritti e servizi fondamentali determinata dall’arrivo dell’autonomia differenziata per Lombardia, Veneto e Emilia. In tale contesto, il cosiddetto “Reddito di Cittadinanza”, in parte potenziamento del Reddito di Inclusione e, in parte, agevolazione alle assunzioni come attuato per il Jobs Act, diventa un precario provvedimento di sedazione per assestare il colpo definitivo all’unita nazionale con il M5S complice della Lega, rimasta Nord sotto la ri-verniciatura salviniana.

Insomma, attraverso lo schiacciamento della sovranità popolare espressa dal Parlamento, viene imposta una manovra di galleggiamento, in continuità con la stagione Pd, a ulteriore condanna del Mezzogiorno. Dal Sud, dalle sue forze intellettuali, dalle organizzazioni economiche e sociali, dai suoi Sindaci deve partire la controffensiva per di chi ha cuore Patria e Costituzione.

 

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