Domenico Moro – L’euro come governo politico dell’accumulazione capitalistica e la necessità dell’exit

  1. Euro come strumento di modifica dei rapporti di forza

L’integrazione monetaria europea, sebbene sia percepita come costruzione tecnico-economica, è soprattutto un progetto politico, intendendo la politica come definizione dei rapporti di forza tra classi dominanti e subalterne e tra settori di classe. Lo Stato, pur essendo sempre l’organismo della classe economicamente dominante, è al contempo il luogo della mediazione tra le classi, rappresentando la cristallizzazione dei rapporti di forza raggiunti in una certa fase storica. L’integrazione europea – soprattutto l’introduzione di una valuta comune – sono stati progettati e sono utilizzati per la modificazione dei rapporti di forza tra le élites capitalistiche e le classi popolari ereditati dalla sconfitta del fascismo e dal periodo di avanzamento delle lotte di massa degli anni ’60 e ’70. Tale modificazione avviene attraverso la rimodulazione dello Stato e del rapporto tra le sue istituzioni.

  1. Cosa è la Sovranità

La questione della sovranità è centrale in questo contesto. Il concetto di sovranità viene connotato da alcuni come di per sé di destra e reazionario. Invece, sovrano è semplicemente quel potere o autorità che non dipende nè è soggetto ad un altro potere all’interno di un dato territorio geografico. La realizzazione della sovranità dello Stato, e quindi della prevalenza sugli altri poteri locali e particolaristici o sovrannazionali (la Chiesa ad esempio) è il risultato del superamento della frammentazione del potere feudale-medievale. Sebbene la sovranità si sia spesso identificata – per ragioni storiche specifiche dell’Europa – nella nazione, ossia nella unità di caratteristiche linguistiche, culturali, ed economico-sociali, suo ambito e strumento di attuazione è lo Stato. Per questo è di gran lunga preferibile utilizzare l’espressione “sovranità statale”, invece che “sovranità nazionale”.  La sovranità si affermò tra XVI e XVII secolo come attributo assoluto del monarca, attorno al quale si costituiva lo Stato nazionale. La storia europea, dal XVII-XVIII secolo (Rivoluzione inglese e francese) fino agli anni ’70 del XX secolo, può essere letta come storia dell’estensione democratica della sovranità stessa, attraverso la sua progressiva attribuzione al popolo, come del resto recita la nostra Costituzione.

Inizialmente l’estensione della sovranità statale, e quindi la prima forma di democrazia, fu ristretta alle élites economiche, dando luogo a una democrazia censuaria, basata sulla ricchezza. Tra 1869 e 1873 in Europa occidentale solo il 17,8% della popolazione sopra i 20 anni aveva diritto al voto; nella patria della democrazia parlamentare, il Regno Unito, solo il 14,5%, in Italia appena il 3,5%[1]. Solo dopo la Prima e soprattutto dopo la Seconda guerra mondiale si ebbe un suffragio elettorale universale, che incluse prima tutti i maschi delle classi subalterne e infine anche le donne. Il fascismo fu, in parte, una reazione al processo di allargamento popolare e democratico della sovranità, acceleratosi grazie alla Prima guerra mondiale e alla Rivoluzione d’Ottobre. Infatti, il fascismo eliminò le forme democratiche rappresentative, stabilendo il dominio dell’esecutivo (e del capo dell’esecutivo) e della burocrazia e, attraverso di esse l’egemonia, senza mediazioni o con mediazioni non antagonistiche di classe, dello strato superiore del capitale, quello di grandi dimensioni bancario e industriale, integrato con lo Stato nella forma del capitalismo monopolistico di Stato.

 

  1. Dalla sovranità democratica alla democrazia oligarchica via euro

Con la fine della Seconda guerra mondiale e la sconfitta del fascismo in Europa si attua una modificazione dei rapporti di forza che si cristallizzano nelle Costituzioni antifasciste. Queste saranno giudicate nel 2013 come non compatibili con l’Europa e le sue regole dalla banca d’affari internazionale J.P. Morgan, proprio perché hanno a loro fondamento la sovranità democratica[2]. La lotta delle élites capitalistiche per recuperare il terreno perduto cominciò subito dopo la guerra, ma si intensificò dopo il 1974, sia perché in quell’epoca si ripresentò la crisi strutturale del capitalismo sia perché le lotte fine anni ’60 e inizio anni ’70 migliorarono ulteriormente i rapporti di forza a favore delle classi subalterne in tutto il mondo occidentale. L’”eccesso di democrazia”, come nel 1975 lo definì un importante rapporto della Commissione Trilaterale[3], si coniugava con l’aumento delle richieste popolari, portando all’espansione della spesa e del debito pubblico.

Il controllo del bilancio pubblico, già obiettivo del grande capitale europeo sin dalla fine della guerra, diventa centrale, sia perché permette di determinare la politica economica sia perché la crisi, erodendo i profitti delle imprese, impone la riduzione del costo del lavoro e l’internazionalizzazione della produzione. L’accumulazione di profitto viene così a dipendere dalle economie di scala internazionali, invece che dalla domanda interna dei singoli Paesi di origine delle imprese multinazionali, rendendo così le politiche espansive keynesiane e il debito pubblico non solo inutili, ma persino dannosi per i grandi capitali internazionalizzati[4].

Come scrisse l’allora presidente della Fiat, Gianni Agnelli, nella prefazione all’edizione italiana del rapporto della Trilaterale, nei Paesi occidentali bisognava perseguire la governabilità, cioè rafforzare i governi a scapito dei parlamenti, neutralizzando così le lotte delle classi subalterne. Sempre secondo la Trilaterale, lo strumento per realizzare la governabilità era l’Europa, ossia l’integrazione economica europea, soprattutto monetaria. Infatti, il “vincolo esterno” europeo, sin dagli anni ’80, divenne in Italia il grimaldello attraverso la quale l’élite del capitale avrebbe forzato all’accettazione delle controriforme e dell’austerità di bilancio. Furono i rappresentanti italiani, all’inizio degli anni ‘90, ad accelerare il processo di unione monetaria e a sostenere l’approvazione del Trattato di Maastricht, proprio perché l’Italia soffriva di quell’eccesso di democrazia denunciato dalla Trilaterale[5]. Al proposito, Guido Carli, ministro del Tesoro e per quindici anni governatore della Banca d’Italia, affermò con disarmenta chiarezza:  “L’Unione Europea ha rappresentato una via alternativa alla soluzione dei problemi che non riuscivamo ad affrontare per le vie ordinarie del governo e del Parlamento.”[6]

La governance europea si fonda sulla “sterilizzazione” dei meccanismi della democrazia rappresentativa. Da una parte, mediante la prevalenza degli esecutivi e, dall’altra, mediante l’esternalizzazione di certe funzioni a organismi esterni all’ambito statale. Gli organismi principali, a livello Europeo, sono il Consiglio europeo, formato dai capi di governo e di stato dei singoli Paesi, che nomina i membri della Commissione e della Bce e definisce gli orientamenti generali; il Consiglio della Ue, in cui i ministri dei vari Paesi decidono sulle singole materie; la Commissione europea, che è centrale nel processo legislativo. Decisiva è poi la Bce, che controlla l’emissione valutaria, i tassi di interesse e di cambio, rendendo impossibile definire politiche di bilancio espansive.

Sono solo alcune delle funzioni dello Stato – bilancio pubblico e moneta – a essere delegate a organismi sovrastatali. Quelle funzioni che, non a caso, permettono di ribaltare i rapporti di forza fra le classi, aggirando il controllo dei parlamenti e vanificando l’azione delle classi subalterne nella definizione delle politiche economiche, del lavoro e sociali. Altre funzioni, che pure sono decisive affinché una stato sovrano sia tale, non solo non sono delegate, ma sono sempre di più concentrate a livello statuale-nazionale. In particolare, il monopolio della forza, cioè il controllo delle Forze Armate e della polizia, non è messo in comune e il suo uso è a disposizione non di interessi europei ma di interessi statuali. Un esempio ne è stato l’attacco francese contro Gheddafi, palesemente in contrasto con la storica presenza del capitale italiano in Libia e con l’evidente intenzione di sostituirlo nello sfruttamento di petrolio e gas e nei ricchi appalti. Non esistono interessi europei tout court, ma interessi delle classi dominanti europee che, da fratelli-nemici come li definiva Marx, convergono su certi aspetti, specie contro il lavoro salariato, ma che possono entrare in conflitto su altri aspetti. Anzi, l’euro, aumentando le divergenze economiche tra Paesi e riducendo la domanda domestica, accentua la tendenza all’espansione estera e la concorrenza tra frazioni di capitali e quindi tra stati per la conquista di risorse naturali e di mercati di sbocco a merci e capitali.

La Ue e la Uem, quindi, non rappresentano la fine dello Stato-nazione ma la sua rimodulazione in termini di rapporti di classe e di funzionamento/rapporto fra le sue parti. Il problema, quindi, non è difendere la sovranità statale o nazionale, ma ristabilire e allargare le condizioni per l’esercizio della sovranità popolare e democratica. L’euro affratella il capitale contro il lavoro salariato, e, al contempo, divide quest’ultimo. Infatti, l’euro, producendo divergenze economiche tra paesi, e facendo sì che la concorrenza si basi sulla deflazione salariale e sulla riduzione dei diritti sociali, mette in concorrenza e divide il lavoro salariato europeo tra e all’interno delle nazioni. L’Europa attuale non rappresenta in alcun senso un fattore progressivo, tantomeno di superamento dei limiti della nazione, né, entro la sua architettura politico-economica, favorisce alcuna azione unitaria dei lavoratori europei. Anzi, produce tensioni fra stati e riattizza il nazionalismo e la xenofobia, tra le classi subalterne, a livelli mai visti dopo la Seconda guerra mondiale.

Quindi, lo scioglimento dell’area euro o l’uscita dalla stessa è tutt’altro che una regressione antistorica. È stato l’euro ad aver riportato indietro l’orologio della storia, insieme alla sovranità, se non a prima della Rivoluzione francese, quantomeno alle democrazie oligarchiche della metà dell’Ottocento. L’integrazione europea condivide con il fascismo il suo carattere reazionario nei confronti della sovranità democratica, pur con importanti differenze, perché i meccanismi europei offrono l’indubbio vantaggio di neutralizzare il processo democratico senza eliminarlo formalmente e senza far ricorso alla violenza aperta. Per tutte queste ragioni, la proposta di uscita dall’euro è un elemento non solo progressivo ma soprattutto imprescindibile per la ricostruzione di una politica di classe non solo al livello di singolo Stato, ma anche e soprattutto a un livello europeo ed internazionalista.

Domenico Moro

[1] Mathison, Dynamic forces in capitalist development: a long run comparative view, Oxford University press, 1991.

[2] J.P. Morgan, Europe economic Research, The Euro area adjustment: about halfway there, 28 May 2013.

[3] M. Crozier, S. P. Huntington, J. Watanuki, La crisi della democrazia, Franco Angeli editore, Milano 1977.

[4] Domenico Moro, Globalizzazione e decadenza industriale, Imprimatur, Reggio Emilia, 2015.

[5] P. Ginsborg, L’Italia del tempo presente, Einaudi, Torino, 2007.

[6] G. Carli, Cinquant’anni di vita italiana, Laterza, Bari 1996, p. 435.

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