Paolo Ortelli – Intervento Assemblea di Roma

Roma, 8 settembre 2018
“Patria e Costituzione”

Grazie per avermi dato la possibilità di intervenire a un dibattito così ricco di voci autorevoli. Poiché sui temi più “caldi” si sono già espressi con grande competenza gli altri relatori, proverò a dare alcuni spunti di minore attualità, ma che ritengo fondamentali per un’associazione politica che si propone di reclamare un ritorno al ruolo democratico dello Stato.

Appartengo a una generazione che si sente ormai condannata al disagio. Una generazione talmente abituata a vivere e lavorare (o a cercare di lavorare) in condizioni di totale precarietà, e in un contesto di declino e di decomposizione sociale, da avere perso in molti casi anche solo la capacità di immaginare un cambiamento reale. Politicizzare il disagio, tornare ad “agire il conflitto” – o anche solo a renderlo concepibile – è un compito non più rimandabile, ed è per questo che sono qui.
Per chi, come me, è rimasto fuori dalla politica attiva per molti anni ma non si vuole arrendere all’irrilevanza, e dunque è pronto a partecipare alla costruzione di un’alternativa alle due destre che si contendono il campo – quella dello status quo liberista e quella del risentimento xenofobo –, è un vero sollievo non dover parlare di alleanze, formule, collocazioni, fazioni e ricomposizioni a sinistra, e partecipare invece a un processo di “idee che si organizzano attivamente”. Nella sinistra italiana dominano da anni il più bieco tatticismo, rivalità e pregiudizi vecchi e nuovi, ossessioni di purezza e propensioni alla scomunica preventiva – oltre che la confusione ideologica e l’odioso suprematismo morale più volte denunciati anche da molti dei presenti. Le vere divisioni, quelle che attengono all’interpretazione profonda dei fenomeni politici, ma persino dell’attualità, non emergono mai apertamente. E allora facciamole venire a galla, con il coraggio che nessuno può disconoscere a Stefano Fassina e Alfredo D’Attorre, in attesa che il dibattito si possa svolgere in maniera risolutiva all’interno di un soggetto politico capace di garantire continuità e struttura.
La comunanza di idee di quest’assemblea è beneaugurante, ma nel mio piccolo mi sento di fare un appello: stiamo attenti al fanatismo, stiamo attenti al settarismo!
Se dobbiamo valutare le implicazioni e i trade-off di un’uscita dall’euro o di una sua dissoluzione consensuale, la storia non offre casi realmente paragonabili a cui ispirarsi. E non credo sia un caso che nel dibattito di oggi il tema sia stato soltanto sfiorato. Le conseguenze finanziarie – e dunque sociali – di un’uscita potrebbero risultare devastanti, e a ciò si aggiunge il rischio di ritorsioni incrociate, di isolamento geopolitico, di nuove derive all’estrema destra. Sappiamo bene che l’essenza antidemocratica dell’Unione monetaria europea sta proprio in questo: nella dittatura dello spread, nel “senato virtuale dei capitali” – come lo chiama Chomsky – che nel sistema euro raggiunge il massimo potenziale distruttivo, facendoci sentire in trappola. Ma non per questo è opportuno trascurare i rischi di un’uscita: la presa d’atto che questa Europa è irriformabile non autorizza alcun tipo di leggerezza, e trovo più che mai attuale l’appello lanciato qualche anno fa da Emiliano Brancaccio, che purtroppo fu dileggiato e attaccato da molti quando ammonì sul rischio di un’uscita da destra dall’euro.
Oggi serpeggia anche la paura che sia troppo tardi, per risollevare le sorti del nostro paese, che alle urne ha deciso – per disperazione, oltre che per la “ricerca di protezione” di cui si è ampiamente parlato oggi richiamando Polanyi – di consegnarsi a una squadra di propagandisti spregiudicati, impreparati alla complessità nel migliore dei casi e oscurantisti xenofobi nel peggiore. Le poche eccezioni non cambiano la sostanza di un governo di cui non sono ancora chiare le reali intenzioni in materia di politica europea ed economica. E di cui è persino vano discutere le velleità di recupero della sovranità e la loro possibilità di successo, se poi il modo in cui investire le risorse così eventualmente liberate si risolve in un mostruoso connubio fra redistribuzione dei redditi verso l’alto con la flat tax e il “reddito di cittadinanza”, che a mio avviso rappresenta una resa prematura alla fine della civiltà del lavoro.
Meglio tardi che mai, comunque, e allora non si può che accogliere positivamente il tentativo di frapporsi tra il fronte repubblicano dello status quo e il nazionalismo populista che dominano la scena, avversando entrambi in nome della patria e della Costituzione. In nome della democrazia.
Non c’è democrazia senza stato. Riaffermare il ruolo dello stato democratico significa ricostruire il principale argine agli animal spirits del capitalismo, grazie agli strumenti della sovranità monetaria, della repressione finanziaria, del welfare state, dell’imprenditorialità pubblica; grazie a enti locali non inibiti da soffocanti vincoli di bilancio, e magari alla pianificazione urbanistica e alla lotta alla speculazione fondiaria (un discorso mai più riaperto, nel Belpaese ferito dalla cementificazione selvaggia, dai tempi in cui fu vergognosamente abortita la riforma del ministro Fiorentino Sullo negli anni sessanta).
Ma a questa riappropriazione della politica, che chiamerei ri-Costituzione dei poteri pubblici, deve accompagnarsi uno sforzo attivo affinché lo stesso avvenga in altri paesi, e insieme l’auspicio, direi quasi l’assillo, della cooperazione tra democrazie. In Europa e nel mondo.
Il recupero della sovranità democratica non deve e non può assomigliare a un ripiegamento sulla patria come bunker/rifugio dalla globalizzazione: deve puntare piuttosto a creare le condizioni perché il conflitto sociale e l’azione democratica collettiva tornino a essere protagonisti: protagonisti sul territorio nazionale così come nello scenario mondiale. Non vedo altro modo per contrastare efficacemente le tecnocrazie e il potere del capitale finanziario.
Anche per questo, per un’associazione politica come Patria e Costituzione è importante evitare che l’unico filo conduttore sia la contrapposizione fra i trattati europei e la nostra carta fondamentale. Non ci si può limitare alla contestazione dello status quo europeo e a richiamare il primato della Costituzione. L’erosione dello stato, lo svuotamento della democrazia rappresentativa, il divorzio tra politica e potere (Bauman), l’abolizione del discorso sui fini (Zagrebelsky) – insomma la privatizzazione della politica – non finiscono certo con l’UE.
Non serve citare quali sono i problemi da affrontare a un livello inevitabilmente internazionale: la minaccia incombente del riscaldamento globale e la tutela dell’ambiente, che giustamente sono al centro del progetto di Patria e Costituzione (anche se oggi non si è parlato abbastanza di quel Green New Deal di cui tanto avremmo bisogno); la gestione dei flussi migratori (detto per inciso: è giusto criticare la sinistra “no border”, ma in Italia l’immigrazione incide pochissimo sulla compressione dei salari, e solo nella misura in cui le leggi vigenti sfavoriscono la regolarizzazione); la lotta contro il terrorismo e la criminalità organizzata transnazionale; la politica energetica; la mobilità dei cittadini; l’abolizione dei paradisi fiscali; la regolazione del commercio.
E a proposito di commercio, perché non provare a volare alto? Perché non tornare a parlare di una nuova Bretton Woods, rispolverando la proposta di Keynes (stralciata dagli accordi del 1944) di una moneta di conto internazionale non accumulabile, per prevenire, anziché curare, gli squilibri commerciali e l’ipertrofia della finanza? Per quanto si tratti di un programma utopistico, ribadire che questo è l’obiettivo a cui tendere può aiutare anche a scrollarsi di dosso le accuse pretestuose di nazionalismo, rossobrunismo, salvinismo di complemento eccetera eccetera, e mostrare che accanto al realismo metodologico che credo contraddistingua tutti noi, abbiamo ben chiaro un orizzonte ideale.
Infine, vorrei proporre una riflessione a partire dal nome dell’associazione. Parlare di Patria a sinistra è complicato, ma credo sia giunto il tempo di riappropriarsi di un parola che appartiene a nobili tradizioni, come quella di Mazzini e Garibaldi, dell’anti-imperialismo e della Resistenza antifascista. Quando penso alla Patria, però, la prima cosa che mi viene in mente è il capolavoro di Franco Battiato: “la Povera Patria, schiacciata dagli abusi del potere”. Ebbene, nel denunciare le drammatiche disfunzionalità dell’euro e il fallimento del globalismo liberista, non dobbiamo dimenticare la specifica anomalia italiana del “sovversivismo delle classi dirigenti” (uso un’espressione gramsciana), la corruzione sistemica a partecipazione mafiosa che attanaglia il paese.
Troppo spesso, nella polemica politica o persino accademica, la denuncia di questa anomalia viene derubricata ad argomento “neoliberista” di scarsa rilevanza macroeconomica, un diversivo fuorviante rispetto ai problemi reali. Una disputa che spesso assomiglia a un’ennesima riedizione del derby tra “arcitaliani” e “antitaliani”.
Ma davvero è impossibile conciliare un’analisi dei rapporti di forza internazionali, il prisma della macroeconomia e la rivendicazione della sovranità democratica con la consapevolezza dello strapotere mafioso su territori sempre più ampi (perché è in atto una colonizzazione!) e in ambiti sempre più macroscopici dell’economia (alcuni studiosi, per esempio, parlano di una vera e propria governance criminale degli appalti pubblici)? Io credo che le due cose vadano di pari passo.
Non è una questione morale, ma questione democratica di primaria importanza. Non agisce solo dall’alto lo svuotamento della democrazia, ma anche dal basso: la Patria è schiacciata dagli abusi del potere finanziario globale tanto quanto dagli abusi del potere delle mille cricche che inquinano la vita sociale, economica e politica del paese, e che a ben vedere rappresentano un’altra faccia del neoliberismo all’italiana.
Mi auguro allora che il fatto di richiamarsi esplicitamente alla Patria e alla Costituzione, anziché a categorie sociali ed economiche, serva anche a bandire ogni economicismo e riduzionismo: la battaglia per la sovranità democratica deve essere combattuta insieme a quella contro le mafie e la corruzione sistemica, la quale d’altra parte non può essere demandata alla sola azione giudiziaria, e tanto meno – come si è creduto negli anni novanta – alle logiche di mercato e al vincolo esterno.

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