Nello Preterossi – Chi ha paura del patriottismo costituzionale?

intervento di Nello Preterossi alla Assemblea Nazionale di Patria e Costituzione, 8 Settembre 2018 Roma

Legare Patria e Costituzione
non è affatto uno scandalo. Anzi, significa riscoprire un nesso necessario e
fondante. Le comunità politiche poggiano su un senso di appartenenza
collettiva. “Patriottismo costituzionale” sta a indicare la fedeltà a una comunità
politica democratica e pluralista, sulla base dei principi fissati dalla
Costituzione. Nel caso di quella italiana, la
realizzazione del progetto sociale delineato dall’art. 3, l’autodeterminazione
collettiva che presuppone l’inclusione attraverso i diritti (innanzitutto
quelli del lavoro e sociali).  Un senso
non meramente procedurale e formale, ma sostanziale, di patriottismo,
all’insegna della giustizia distributiva.

A
furia di ripetere il mantra della crisi dello Stato, del diritto pubblico e
della stessa sovranità popolare, considerati ferrivecchi o addirittura
regressivi, si è lasciato campo libero alla governance tecnocratica e alla
polemica antidemocratica in nome delle “competenze” e delle élites
“illuminate”, cioè dei ceti di “proprietà” e “cultura” (come li chiamava Rudolf
Gneist nell’Ottocento).  Ma come si fa a
pensare che negando lo Stato e la sovranità democratica si possa portare avanti
un programma di sinistra sociale?

Il
concetto di sovranità è scandaloso proprio perché in esso convergono grandezze
(Stato, popolo, pubblico, autonomia della politica, identità collettive) oggi imprescindibili
ai fini della lotta per l’effettività dei diritti sociali e la piena
realizzazione di una democrazia progressiva.
Non è un caso che rimuovendoli o osteggiandoli si finisca per entrare in
rotta di collisione con le istanze dei ceti popolari, e in oggettiva sintonia
con quelle neoliberali. Lo Stato è democratizzabile, il mercato no. La sovranità
non è, in quanto tale e necessariamente, un potere selvaggio come i poteri
economici sregolati, tanto che è stata oggetto di appropriazione dal basso ed è
potuta diventare il principio fondante della legittimità democratica (cioè una
sovranità costituzionale). Anzi, per disciplinare i poteri economici, è
necessario proprio tale potere pubblico, orientato a fini sociali. Mentre
l’ordine spontaneo del mercato si è confermato una perniciosa illusione. Così,
liquidando lo Stato (nazione) si finisce per liquidare anche la democrazia
costituzionale.

Ovviamente, è chiaro che
il potere è anche un rischio, e che deve essere controllato, ma pensare di
poterne fare a meno è puerile: tanto più in un’ottica emancipativa, perché solo
attraverso un grande artificio politico è possibile spostare i rapporti di
forza. Mentre il potere dominante di natura economica si presenta come un
“dato”, quasi una forza naturale, e non ha bisogno dell’attivazione di un’energia
politica popolare a fini di trasformazione. Essere contro la sovranità popolare
e lo Stato significa essere contro la Costituzione italiana: perché la garanzia
effettiva dei diritti sociali e della dignità del lavoro passa dal plusvalore politico
dello Stato sociale democratico e dalla riaffermazione del primato
dell’interesse pubblico su quello privato (Genova docet).

Il termine “sovranismo” non ha senso, nell’uso che se ne fa
oggi. È un passepartout polemico per squalificare l’interlocutore e sequestrare
il dibattito, impedendo una discussione nel merito. Posto ciò, viene la
tentazione di assumere il termine e rivendicarlo, come “metodo”: un approccio
cioè, che rovescia le mitologie sul post-sovrano e il post-statuale, ribadisce
la centralità  degli spazi politici
concreti come contesti del conflitto, per reagire alla spoliticizzazione delle democrazie
contemporanee e provare a rilanciare un’agenda pubblica autonoma rispetto a
quella neoliberista.

La tesi secondo cui ormai sarebbe impossibile e illusorio
recuperare sovranità democratica all’interno dello Stato-nazione è figlia
dell’ideologia della naturalizzazione della globalizzazione. Come ha mostrato
Luciano Gallino nella sua geneaologia del “finanzcapitalismo”, esso è il frutto
di precise decisioni, non di processi oggettivi e automatici. Lo sviluppo
tecnologico ha certamente accelerato l’interazione globale, ma politicamente
freni e riequilibri sono oltre che necessari possibili (e in realtà già in
atto, tanto che si parla di “deglobalizzazione”: che non significa necessariamente
mettere indietro le lancette della storia, ma potrebbe rappresentare
l’opportunità di uscire dall’assolutismo neoliberista). Infine, siamo così
sicuri che la tesi sull’impraticabilità di una riterritorializzazione democratica
sia descrittiva, e non serbi invece l’idea, tipica del “progressismo”
neoliberale, che la globalizzazione sia un bene in sé e che qualsiasi sua messa
in questione (anche di segno “costituzionale”), non sia augurabile?

A dispetto del gran discettare, nei decenni successi al 1989, di governo
mondiale, governance e multilevel system of governament, la
verità è che una democrazia sovranazionale non esiste (del resto, le forme politiche
che l’Occidente ha inventato sono fondamentalmente tre: città, Stati e imperi;
e quella più vicina alla forma multinazionale è l’impero). Non si dà, né si
capisce cosa possa essere, una sovranità “sovranazionale”. Mentre una
sovranazionalità “non sovrana” è, se possibile, ancora più vaga politicamente e
soprattutto troppo debole rispetto ai poteri economici globali. Se l’Europa
diventasse uno Stato federale (prospettiva che oggi appare irrealistica),
sarebbe sovrana come “unione” (con le peculiarità date dalla preesistenza di
unità politico-culturali diverse, che ne generano una nuova, di carattere
federale). Sarebbe anche “sovranazionale”, questo Stato europeo, e in che
senso? Se fosse uno spazio politico a pieno titolo,  dovrebbe trovare un ubi consistam, un nucleo identitario in
grado di definire un’appartenenza europea, che finirebbe per relativizzare
(almeno in parte) le appartenenze nazionali, ma non in nome di una generica
sovra o post-nazionalità, bensì in ragione di un comune patriottismo
europeo.  Si pensi agli USA (che peraltro nascono wasp e diventano
multiculturali, più che multinazionali, e poggiano su una sorta di religione
civile comune). In realtà, in riferimento all’Europa, probabilmente da un lato si
è sottovalutato il peso degli accumuli di artificialità, di cui sono fatte le
identità storico-culturali,  e quanto
conta il fattore tempo nei processi di aggregazione politica; e dall’altro si è
creduto erroneamente  di aggirare per via
tecnica il “politico”, la decisione costituente. La reazione alla crisi
finanziaria scoppiata nel 2007 e le scelte punitive verso la Grecia e gli altri
Paesi del Sud hanno fatto il resto, consumando quel patrimonio di fiducia e
cooperazione di cui ancora l’Europa disponeva.

Nel
quadro del caos geopolitico globale (che ha smentito tutte le promesse del
“nuovo ordine mondiale” e dell’humanitarian
turn
nel diritto internazionale, seguite alla caduta dell’Unione Sovietica),
la perdita di coscienza del “politico” è stata esiziale per la
cultura della sinistra. Liquidare tale coscienza come fascista, nazionalista,
sovranista è risibile. L’internazionalismo è ben altra cosa dal globalismo liberale
e da un generico cosmopolitismo. Togliatti lo aveva ben presente: come scrive in
un articolo pubblicato su Rinascita nel 1945 (anno II, nn. 7-8),  intitolato emblematicamente Il patriottismo dei comunisti, “assai
spesso i nemici dei lavoratori tentano di contestare il patriottismo dei
comunisti e dei socialisti invocando il loro internazionalismo e presentandolo
come una manifestazione di cosmopolitismo, di indifferenza e di disprezzo per
la patria. Anche questa è una calunnia. Il comunismo non ha nulla di comune col
cosmopolitismo. Lottando sotto la bandiera della solidarietà internazionale dei
lavoratori, i comunisti di ogni singolo paese, nella loro qualità di
avanguardia delle masse lavoratrici, stanno saldamente sul terreno nazionale.
Il comunismo non contrappone, ma accorda e unisce il patriottismo e l’internazionalismo
proletario poiché l’uno e l’altro si fondano sul rispetto dei diritti, delle
libertà dell’indipendenza dei singoli popoli. É ridicolo pensare che la classe
operaia possa staccarsi, scindersi dalla nazione. La classe operaia moderna è
il nerbo delle nazioni, non solo per il suo numero, ma per la sua funzione
economica e politica. L’avvenire della nazione riposa innanzi tutto sulle
spalle delle classi operaie. I comunisti, che sono il partito della classe
operaia, non possono dunque staccarsi dalla loro nazione se non vogliono
troncare la loro radici vitali. Il cosmopolitismo è una ideologia del tutto
estranea alla classe operaia. Esso è invece l’ideologia caratteristica degli
uomini della banca internazionale, dei cartelli e dei trusts internazionali,
dei grandi speculatori di borsa e dei fabbricanti di armi. Costoro sono i
patrioti del loro portafoglio. Essi non soltanto vendono, ma si vendono
volentieri al migliore offerente tra gli imperialisti stranieri”.

Gramsci
insiste ripetutamente sulla centralità della questione nazionale, dalla quale
bisogna partire per inquadrare il nesso nazionale-internazionale. E sottolinea
come il patriottismo costituisca, in una società secolarizzata, “il nesso reale
tra governati e governanti” (Quaderni del
carcere
, ed. critica a cura di V.Gerratana, Einaudi, Torino 2007, p. 1237).
C’è tutta una tradizione (da Machiavelli a Mazzini, da Montesquieu a Rousseau),
che individua nel patriottismo un fattore storicamente progressivo di virtù
civica. Come scrisse J.Godechot in La
Grande Nazione
, “il
termine patrioti designa coloro che amano la propria patria, che vogliono
rinnovarla per mezzo delle riforme o con una rivoluzione: sono i partigiani
della rivoluzione”. Ha ragione Massimo Luciani a sottolineare come sia “davvero
strano che in nome della Costituzione antifascista si abbandoni al fascismo
quel che la Costituzione (stavolta con piena legittimazione) ha fatto proprio.
I costituenti non ebbero la medesima, illogica, titubanza e parlarono
liberamente di nazione e anche di Patria, addirittura proclamando “sacro” il
dovere di difenderla”. Identificare patriottismo e nazionalismo è un falso
storico e una distorsione concettuale.

Con la
secolarizzazione, la nazione ha sostituito la religione come collante della
società. E vero che la classe ha a sua volta soppiantato la nazione nella
politica rivoluzionaria comunista (cui il nazismo ha contrapposto la razza). Ma
occorre ricordare che le forze “popolari”, di
classe,  hanno sempre in sé caratteri
“nazionali”.
Poi nel secondo dopoguerra, per evitare nuove crisi di sistema dei regimi
politici di massa, il Welfare è stato utilizzato, nel contesto di un’economia
mista, incapsulata nello Stato democratico (nazionale), quale decisivo fattore
di integrazione. La liberalizzazione del movimento dei capitali, l’abbandono
dell’obiettivo della piena occupazione, il predominio della finanza e,
nell’eurozona, la perdita della sovranità monetaria da parte degli Stati, hanno
messo in crisi questo equilibrio, che aveva consentito sviluppo, redistribuzione
della ricchezza e stabilità democratica.

La sostituzione
del vincolo esterno al patriottismo costituzionale non è stata un successo.
Siamo infatti in
presenza di un doppio fallimento del vincolo esterno (di cui l’euro è il
simbolo supremo): non solo ci ha danneggiato e ha diviso i paesi dell’eurozona; ma
non ci ha cambiato, non ci ha migliorato affatto (si pensi allo stato
dell’amministrazione pubblica, delle infrastrutture e del territorio,
all’opacità degli appalti e alla corruzione). Non sarà il caso di prenderne
atto, riconoscendo l’errore, invece di prendersela con gli elettori? Attenzione a
diventare antipopolari, per essere antipopulisti, ed antidemocratici, per
essere antinazionalisti. Del resto, negare la realtà
non può mai essere un gesto progressivo (la verità non è forse sempre
rivoluzionaria?). Non si può continuare a raccontare la favola dell’euro buono
(o neutro) e dell’austerità cattiva, ignorando la loro connessione strutturale,
testimoniata dai fatti: la lettera della BCE, lo stato di eccezione
tecnocratico di Monti, seguito dalle larghe intese a tutela del bunker eurista
nella scorsa  Legislatura, il feroce disciplinamento della Grecia, che
oltre a conculcarne la sovranità popolare l’ha devastata socialmente,
ipotecandone pesantemente e per decenni il futuro. Che senso ha continuare a evitare
un confronto pubblico serio, senza isterismi, con i risultati di studi
fondamentali che hanno sviscerato le contraddizioni intrinseche dell’eurozona e
il suo ancoraggio all’ordoliberismo (mi limito a citare i lavori di Stiglitz,
Krugman, Streeck, Gallino, Somma, Giacché)? Un nuovo profilo politico per la
sinistra, oggi, in Italia come in Europa, può emergere solo rompendo con il
progressismo neoliberale, sconsacrando il tabù dell’euro (nuova religione non
degli oppressi, ma degli abbienti), denunciando le illusioni dell’ideologia no
border (che non significa affatto cinismo e disumanità, ma riconoscere con
realismo che un mondo senza alcun confine è impraticabile politicamente, e di
certo più funzionale ai mercati che alla democrazia; e che l’immigrazione è un problema
da gestire, perché se è vero che tutte le persone debbono essere salvate, è indubbio
che in quell’esatto momento inizia la questione politica e sociale da
affrontare, attraverso politiche di inserimento e integrazione che implicano
risorse, formazione, governo dei flussi, evitando così di scaricare il nodo
sulla parte più fragile della società, per poi stigmatizzarne il disagio).  Invece, rifugiarsi nella retorica
“repubblicana” del “fronte anti-sovranista” (che è la
foglia di fico della destra economica) è solo una compensazione identitaria per
la sconfitta del 4 marzo e un modo per non affrontarne le cause profonde.

Riannodare
il filo che lega il nucleo sociale della Costituzione alla sovranità democratica
non è una proposta nostalgica e tradizionalista, ma al contrario un modo per
prendere sul serio il “principio della soggettività moderna”, cioè la libertà
come liberazione, riconoscendone la natura relazionale (al cui centro vi è l’indivisibilità
dei diritti sociali e civili e il nesso tra autodeterminazione personale e
collettiva). Ciò significa che lo Stato  costituzionale o è sociale e
fondato sulla sovranità democratica, o non è.  Perché questo nesso tra solidarietà e
autodeterminazione sia possibile, occorre un vincolo di appartenenza politico-costituzionale
unito a una effettiva protezione sociale. Cioè uno spazio politico e una
comunità che non sia schiava del “pilota automatico”. Ma la ricostruzione di un
senso della collettività e del ruolo dello Stato nel governo dell’economia implica
la messa in discussione dell’ideologia globalista. Solo rovesciando i codici neoliberali
adottati negli ultimi decenni, che hanno portato la sinistra a non
rappresentare più gli interessi e i bisogni dei ceti popolari, sarà forse
possibile ritrovare un popolo. Nel solco della Costituzione.

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