Vladimiro Giacché – Intervento all’assemblea di presentazione dell’associazione “Patria e Costituzione”

8 Settembre 2018

Roma, Campidoglio, 8 settembre 2018

L’incontro di oggi ruota attorno a 3 parole: lavoro,
patria e Costituzione

L’idea di fondo è che oggi il lavoro (gli interessi
dei lavoratori) possa essere difeso soltanto attraverso un patriottismo
costituzionale.

La patria di cui parliamo oggi ha una specifica genesi
e una specifica configurazione storico/istituzionale: è la Repubblica nata
dalla Resistenza antifascista e contro l’invasore nazista, una Repubblica che
ha per l’appunto la Costituzione (i valori cui si ispira, i diritti che rende
esigibili) quale architrave istituzionale e stella polare delle sue leggi e
dell’operato dei suoi organi statuali.   

Dire questo oggi, e soprattutto praticare una politica
conseguente, non è più scontato. Non lo è da anni, in verità.

Il primo motivo di questo è lo svuotamento/negazione
della Costituzione da parte dei Trattati europei e della legislazione che a
essi si ispira.

Un esempio tra i molti possibili: il recepimento nella
nostra legislazione della sola Unione bancaria europea pone in discussione
(nega) ben 3 articoli della Costituzione:

  • l’art. 43, che in
    coerenza con l’importanza attribuita al settore pubblico dell’economia dalla
    Costituzione, prevede la possibilità di espropriare  “a fini di utilità generale” (con indennizzo)
    “imprese o categorie di imprese…che abbiano carattere di preminente interesse
    generale”;
  • l’art. 47,
    secondo il quale la Repubblica tutela il risparmio “in tutte le sue forme”, e
    quindi senz’altro nella forma di deposito di conto corrente;
  • e, se passerà la
    cosiddetta riforma delle banche di credito cooperativo prevista dalla L.
    49/2016, anche l’art. 45, il quale prevede che “La Repubblica riconosce la funzione sociale della
    cooperazione a carattere di mutualità e senza fini di speculazione privata. La
    legge ne promuove e favorisce l’incremento con i mezzi più idonei e ne
    assicura, con gli opportuni controlli, il carattere e
    le finalità”. Queste banche, infatti, saranno in
    riunite in gruppi con a capo una S.p.A. quale capogruppo, e quindi saranno assoggettate alle regole delle società per azioni, che
    hanno ovviamente finalità di lucro. (A quest’ultimo riguardo va precisato che il nostro Paese
    è andato anche ultra
    petita
    ,
    operando una trasformazione del credito cooperativo in società per azioni che
    altri Paesi europei si sono ben guardati
    dall’effettuare. Ma anche questa è una ricorrente
    caratteristica del nostro “stare in Europa”…).

Questo non è casuale, ma l’espressione di una
contraddizione di fondo tra la Costituzione italiana e i Trattati europei.

Ogni Costituzione rappresenta un punto di equilibrio
tra interessi e valori in conflitto e al tempo stesso esprime un modello di
società.

Nel caso della Costituzione italiana questo modello è
rappresentato, come vide bene Hyman Minsky in un suo intervento del 1993, da
“un capitalismo interventista nel quale lo Stato ha un posto rilevante e che è
reso flessibile grazie all’azione della banca centrale”.[1]

Ma questo modello (comune ad altre Costituzioni del
dopoguerra) nella Costituzione italiana è stato arricchito dal concetto
dinamico di “democrazia progressiva”, per il quale la democrazia ha il compito
di promuovere l’eguaglianza e la libertà dei cittadini, visti come termini
indissolubili.

Pertanto nella Costituzione italiana non soltanto il
lavoro (la Repubblica è “fondata sul lavoro”, art. 1) e il diritto al lavoro
sono menzionati nei primi articoli: “la repubblica riconosce a tutti i
cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo
questo diritto” (art. 4), ma esso (e il diritto “a una retribuzione
proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente
ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”: art. 36) è
centrale per garantire la realizzazione stessa della democrazia. Infatti, come
recita il comma 2 dell’art. 3 della Costituzione, “è compito della Repubblica
rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto
la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della
persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori
all’organizzazione politica, economica e sociale del paese”.

Gli articoli 3 e 4 della Costituzione rientrano tra i
“Principi fondamentali” (artt. 1-12) della Costituzione. Essi non sono
abrogabili e rappresentano le finalità che devono essere assolutamente
perseguite dalla Repubblica.

Gli articoli successivi, e in particolare i “Rapporti
economici” enunciati agli articoli 35-47, costituiscono gli strumenti
considerati dal Costituente necessari per perseguire quelle finalità. Essi
disegnano un’economia mista, in cui non vi è una preferenza per una forma di
proprietà o l’altra (privata, pubblica, cooperativa),ma è comunque attribuita notevole
importanza al settore pubblico dell’economia (si veda l’art. 43 già citato).

È difficile immaginare un mondo più lontano da questo
di quello disegnato nei Trattati europei, almeno a partire dall’Atto Unico
Europeo e con estrema chiarezza a partire da Maastricht.

E’ sufficiente leggere i Trattati per intendere che nell’Unione Europea,
e in particolare nell’eurozona, per restare alla tassonomia stabilita da
Minsky, “da
un capitalismo interventista nel quale lo Stato ha un ruolo rilevante e che è
reso flessibile grazie all’azione della banca centrale”, siamo tornati al
sistema precedente: “un sistema che possiamo caratterizzare come un capitalismo
nel quale lo Stato ha un ruolo marginale, che è vincolato dal sistema aureo ed
è ispirato alla filosofia del laissez-faire”.
Il sistema aureo oggi si chiama “euro”.

“Forte
concorrenza”, “stabilità dei prezzi” e “indipendenza della Banca centrale” dai
governi: già a una prima lettura dei Trattati europei emerge come siano questi
i principi sovraordinati agli altri.

Ma ce n’è uno più sovraordinato degli altri. Esso compare nel Trattato sul funzionamento dell’Unione
Europea
(TFUE), nella parte che riguarda la “politica economica e
monetaria”, all’art. 119: “…l’azione degli Stati membri e dell’Unione …
comprende una moneta unica, l’euro, nonché la definizione e la conduzione di
una politica monetaria e di una politica del cambio uniche, che abbiano l’obiettivo principale di
mantenere la stabilità dei prezzi e, fatto salvo questo obiettivo,
di
sostenere le politiche economiche generali nell’Unione conformemente al
principio di un’economia di mercato aperta e in libera concorrenza”. La stessa
formulazione viene ripetuta all’art. 127, a beneficio dei lettori disattenti.  

Da Maastricht in poi, il valore supremo dei trattati
europei è la stabilità dei prezzi. Non è presente, invece, alcun riferimento
all’occupazione (a differenza di quanto accade negli USA in cui essa è
contemplata nello statuto della Fed).

Questo concetto-guida (si fa fatica a parlare di “valore”)
non soltanto non è presente nella Costituzione italiana, ma è contraddittorio
rispetto al diritto al lavoro da essa previsto. Per un motivo molto semplice: perché
in questo contesto anche solo politiche economico-fiscali di stampo keynesiano
a sostegno della domanda aggregata finalizzate alla piena occupazione sono
proibite in quanto genererebbero inflazione.

Chi avesse pensato che si trattava di una
contraddizione puramente teorica ed eventuale è stato smentito durante la
crisi, grazie alla centralità del tasso naturale di disoccupazione (o tasso di
disoccupazione non inflazionistico) nella determinazione, da parte della CE,
dell’indebitamento strutturale e quindi delle politiche di espansione massime
consentite. Non entro nel merito dell’utilizzo come “tavole della legge” di uno
strumentario legato all’approccio teorico dell’economia neoclassica, di valore
scientifico quantomeno opinabile, e vado al punto essenziale. Quel tasso di
disoccupazione, determinato dalla Commissione Europea, per l’Italia da anni si
colloca tra il 10% e il 12%. Il tasso di disoccupazione effettivo calcolato
dall’Istat era del 10,4% a luglio 2018. Ne consegue che praticamente nessuna
politica economica espansiva è consentita.

Ma, soprattutto, è considerato “naturale” un tasso di
disoccupazione superiore al 10% delle forze di lavoro. Questa impostazione
sarebbe apparsa folle ai nostri Costituenti. Ma è coerente con il Trattato di
Maastricht. Se seguo il Trattato di Maastricht devo subordinare alla stabilità
dei prezzi il perseguimento del diritto fondamentale previsto dalla
Costituzione repubblicana.

Il modello di società dei Trattati europei è quindi estraneo
e incompatibile rispetto a quello prefigurato dalla nostra Costituzione. È un
modello sociale regressivo, nato sull’onda del fondamentalismo di mercato
conseguente al crollo del muro di Berlino, del trionfo dell’ideologia
neoliberale e delle farneticazioni dei primi anni Novanta sulla fine della
storia.

Esso prevede: a) uno Stato residuale, il cui ruolo è confinato
all’intervento in caso di “fallimenti del mercato” (non vi è neppure più
l’equivalenza tra forme di proprietà prevista dal Trattato di Roma); 2) una
“forte competizione” tra paesi fondata sul dumping fiscale e sul dumping
sociale (come è noto, in particolare sul secondo aspetto – ma in verità anche
sul primo – si è fondato il successo commerciale della Germania dal 2005 in poi).

Ora, questo meccanismo, in una situazione di cambi
fissi (la moneta unica), è semplicemente distruttivo, in quanto impedisce ogni
politica economica diversa dal recupero di competitività fondato sulla
svalutazione interna, ossia sulla deflazione salariale.

In questo contesto istituzionale e normativo, insomma,
la generalizzazione dell’agenda 2010 di Schröder diventa economicamente
obbligata (anche se essa deprime la domanda interna all’area e comporta una
politica mercantilistica destabilizzante al di fuori di essa – che causa
manovre ritorsive: vedi alla voce Trump).

La radice delle politiche di austerity e antisociali è
nei Trattati.   

Questo modello, di cui la moneta unica è parte
integrante, ha consentito che si creassero gravissimi squilibri di bilancia
commerciale tra i paesi dell’eurozona, che sarebbero stati impossibili in un
regime a cambi flessibili.

Questi squilibri sono stati ulteriormente aggravati
dalla gestione della crisi e dalle politiche pro-cicliche distruttive imposte
ad alcuni paesi, tra cui il nostro.

Questo ha alterato i rapporti di forza in Europa in
misura tale che la concorde “condivisione di sovranità” a favore dell’Unione
Europea, di cui spesso si favoleggia, è risultata in realtà fortemente asimmetrica
a favore dei paesi creditori (di cui la CE è stata l’agente durante l’intero
percorso della crisi), divenendo una cessione unilaterale da parte degli Stati
in difficoltà (qui giova ricordare che la nostra Costituzione parla, all’art.
11, di “limitazione” e non di cessione).

Risultato della gestione europea della crisi è stata
la localizzazione principalmente nei paesi debitori della capacità produttiva
in eccesso e quindi da eliminare: in questi paesi si è avuta una rilevante distruzione
dell’apparato industriale (in Italia la capacità produttiva perduta è arrivata
al 20% del totale), e in qualche caso una progressiva spoliazione (esemplari al
riguardo le privatizzazioni in Grecia).

In altre parole: alcuni sistemi-Paese hanno vinto,
altri hanno perso, in una guerra tra capitali intrecciata con meccanismi
classici della lotta di classe.

Non vedere questo oggi in Europa significa essere
ciechi.

E qui dobbiamo porci alcune domande: come è stato
possibile tutto questo? E soprattutto: come è possibile che di fronte a tutto
questo vi sia ancora qualcuno che, a sinistra, vede il problema nella nostra
presunta incapacità di “fare i compiti a casa”?

Come è possibile che non si vogliano vedere le
dinamiche schiettamente neocoloniali in opera ad esempio nel caso greco?

Tutto questo è possibile a causa dall’adesione
pressoché totale delle forze politiche di questo paese, a cominciare da quelle
di sinistra, a un paradigma (a una filosofia della storia) che contiene tre
elementi fondamentali:

  1. L’asserita fine
    dello Stato (il suo necessario stemperarsi in un insieme più grande – che
    curiosamente non si riesce a immaginare in modo diverso da un Superstato…),
    vuoi a causa di una dimensione “inadeguata” a fronte della globalizzazione,
    vuoi a causa del suo costituire un “relitto barbarico” (la definizione che
    Keynes dava dell’oro) a fronte del necessario affermarsi di una dimensione
    internazionalista dell’agire politico.
  2. L’asserita
    assoluta superiorità del mercato quale strumento di regolazione dell’attività
    economica rispetto al suo indirizzo/coordinamento consapevole (che significa:
    contrapposizione del Mercato allo Stato, ma anche della spontaneità dei
    processi economici alla scelta politica e alla decisione democratica).
  3. Conseguentemente,
    l’immediata identificazione dei “veri” interessi nazionali con un’integrazione
    europea che almeno dall’Atto Unico Europeo ha quale obiettivo preminente la liberazione
    delle forze di mercato.

L’adesione a questa filosofia della storia è stata pressoché
totale a sinistra (soprattutto dopo la caduta del muro di Berlino e la fine
dell’Unione Sovietica).

Essa ci ha regalato negli ultimi tempi fenomeni degni
di studio: ex teorici della “geometrica potenza” che auspicano il
commissariamento dell’Italia da parte dell’Unione Europea; ex lottatori
continui che deplorano lo “statalismo” quale “componente necessaria del sovranismo”
e ravvisano nell’adesione a quest’ultimo il “rifiuto dell’interdipendenza
economica”; quotidiani “comunisti” che trattano il tema dello spread come un Sole 24 Ore (o, peggio, come un Oettinger)
qualunque; instancabili cacciatori di “rossobruni” che ricordiamo silenti allorché
la banca d’affari JP Morgan in un suo report ammoniva circa la necessità di
superare le obsolete costituzioni antifasciste, caratterizzate da una eccessiva
protezione del lavoro…

Si potrebbe continuare a lungo. Ma non è importante
insistere su questo (si tratta in gran parte di fenomeni pertinenti al folclore
politico-giornalistico, e in quanto tali di corto respiro). Il punto è un
altro: quel paradigma è interamente falso. In effetti,

  1. Non è vero che lo Stato nel XXI secolo non conti più. E lo abbiamo visto in occasione dei bailout pubblici
    delle banche di mezzo mondo, per entità privo di precedenti storici. Del resto,
    la riscoperta della materiality of nations
    – e del carattere ideologico del cosmopolitismo – è uno dei risultati più
    convincenti del recente indirizzo di ricerca marxista denominato geopolitical economy.
  2. Quanto alla
    contrapposizione tra autoregolazione dell’attività economica (mercato) e suo indirizzo/coordinamento
    consapevole (Stato), non occorre neppure entrare in dispute teologiche sulla
    superiorità ontologica dell’uno o dell’altro. Basta osservare che un mercato allo stato puro non esiste e non
    è mai esistito
    , neppure nella cosiddetta epoca d’ora del liberalismo: “capitalism does not, cannot and has never
    relied on a strict demarcation between the state and market”
    .[2] In tutta l’età moderna lo sviluppo del modo
    di produzione capitalistico è inscindibile dall’intervento dello Stato:
    dall’accumulazione originaria all’apertura di mercati tramite le cannoniere; dal
    protezionismo (correttamente antiricardiano) che ha protetto le potenze
    commerciali nascenti sino a due guerre mondiali nate dalla lotta per l’egemonia
    tra le principali potenze capitalistiche; e ancora dalla costruzione di un
    welfare State fortemente condizionato dalla presenza dell’Unione Sovietica e
    dalla conseguente competizione tra sistemi alle ondate di finanziarizzazione
    che hanno consentito agli Stati Uniti di mantenere la loro egemonia quale
    Stato-centro del sistema mondo capitalistico, tentando di rallentare l’evolvere
    degli equilibri economici verso la multipolarità (a sua volta resa possibile
    dall’indubbio successo di alcuni esperimenti contemporanei di capitalismo di
    Stato). È questa finanziarizzazione, finalizzata al mantenimento della
    centralità del dollaro, che è stata chiamata globalizzazione (e da Rodrik
    iperglobalizzazione). Essa è stata messa in crisi, una crisi probabilmente
    definitiva, dalla Grande Recessione.
  3. Non vi è alcuna armonia prestabilita tra la
    salvaguardia degli interessi nazionali e del lavoro e il procedere della
    costruzione europea
    .

Questa illusione è il frutto di un approccio
doppiamente ideologico, che vede nelle istituzioni europee un luogo irenico
dove non si verifica alcuno scontro tra interessi nazionali in competizione e non
si esercita alcuna influenza del grande capitale industriale e finanziario.

La falsa opposizione tra angustia delle “piccole patrie”
e la presunta apertura internazionalistica dell’UE è falsa per molti motivi, ma
anche per questo: perché oggi nella bandiera europea sono avvolti gli interessi
(delle classi dominanti) di alcune nazioni, con altre nazioni che sono state
già ridotte a protettorati e altre che sono prossime a questo poco invidiabile
status. Nell’UE le prime potenziano
la propria sovranità, le altre la vedono ridursi.  

Concludo.

Dobbiamo ripartire dalla Costituzione.

Essa deve tornare a essere il metro di valutazione dei
trattati internazionali, ivi inclusi i Trattati europei.

Più precisamente, occorre tornare

  • alla sovranità
    democratica e costituzionale espressa dalla nostra Costituzione, sovranità il
    cui unico luogo democraticamente legittimato – giova ripeterlo – resta lo Stato
    nazionale,
  • a rapporti tra le
    nazioni (europee innanzitutto) fondati sul reciproco rispetto e il reciproco
    interesse, abbandonando tanto la falsa pista rappresentata dal Trattato di
    Maastricht quanto il pathos mistificatorio della presunta necessità di un
    Superstato europeo.

Personalmente ritengo che questa oggi sia anche
l’unica chance per ridare qualche speranza a un progetto europeo che voglia
essere qualcosa di diverso da quello che è oggi: la copertura ideologica di interessi
oligarchici, profondamente antipopolari e antidemocratici.

Ma la cosa più importante è un’altra: questa è l’unica
possibilità per consentire al lavoro di tornare ad affermare i propri diritti,
in questo Paese e altrove.

E quindi anche per restituire un orizzonte politico a
quello che un tempo definivamo sinistra. Che, o serve a questo, o perde la sua
ragion d’essere.     


[1]
Per il contesto dell’affermazione di Minsky si
veda il mio Costituzione italiana contro
Trattati europei. Il conflitto inevitabile
, Reggio Emilia, Imprimatur, 2015)

[2]
Così Radhika Desai nel suo Geopolitical economy, London, Pluto Press, 2013, p. 278.

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