Intervento all’Assemblea fondativa di “Patria e Costituzione”

8 settembre
2018

Oggi partiamo con un’associazione che ha un nome controverso  “Patria e Costituzione” e voglio spiegare perché, da socialista, vi aderisco convintamente.

Nel 1977 Carlo Lavagna scriveva in Costituzione e Socialismo “Se il socialismo dovesse essere introdotto in Italia senza lotte politiche violente, senza fini punitivi e, diciamo pure per gradi, la sua conciliabilità con le “norme permanenti” della Carta risulterebbe addirittura implicita e presumibilmente assoluta, anche se dovessero mostrarsi necessari alcuni adattamenti” e  “tutta la Costituzione è, in qualche modo, strumentalizzata al perseguimento dei fini ultimida essa indicati: sì da realizzare un tipico “sistema progressista” a “senso unico”. Un “sistema misto” ineluttabilmente destinato a risolversi in un sistema di tipo socialista: a meno che non intervenga, in questo naturale processo evolutivo, una “causa esterna modificatrice”, per dirla con Galileo Galilei, in pratica, un colpo di Stato delle forze conservatrici

Vale la pena ricordare quali sono questi fini, espressi nei principi fondamentali: ” il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese” e “il progresso materiale o spirituale della società” e la modalità di raggiungimento degli stessi, “fondata sul lavoro

Sulla Patria  La Repubblica è nata da quella che chiamiamo “resistenza”, ma fu una vera e propria “rivoluzione”.
Non solo fu rovesciato il fascismo ma anche il regime istituzionale precedente. L’Italia era una monarchia. Nessuna monarchia al mondo è una formalità folcloristica. Sancisce la disuguaglianza per legge e difende posizioni di privilegio e rendita di classe. Impariamo ad apprezzare le conquiste che abbiamo fatto. Le istituzioni, contano.

Quelli che noi chiamiamo padri, da cui PATRIA, sono i padri Costituenti, e fu quella Costituzione a formare il nuovo Stato Italiano, che dalle parole di Mortati, era già il superamento dello stato definito “borghese”.
Socialisti e comunisti, infatti, ne furono fra i principali estensori, contributo chiarissimo nei principi fondamentali e nel titolo III. Quello che accadde fu esattamente ciò che aveva paventato Lavagna.
Ci fu una fuga dalle istituzioni repubblicane e dal carico politico dei conflitti sociali che queste impongono di mediare, verso sovrastrutture in cui la democrazia non poteva più, in alcun modo, essere esercitata, ad esclusivo vantaggio del capitale privato. La sinistra nata dal ’68, a mio avviso, fece il drammatico errore di confondere Governo e Stato: per colpire il primo, ha affondato il secondo, per ritrovarsi paradossalmente in una governance multilivello ancora più rigida e impermeabile. Ha creduto, e ancora crede, di poter usare istituzioni e piattaforme sovranazionali per avanzare le proprie istanze con metodo lobbistico, spingendo avanti gli attori civili, i movimenti, l’associazionismo – parole d’ordine della Sinistra, ma che frammentano la società, promuovono una partecipazione selettiva e alimentano di fatto l’anti-politica – aspettandosi di ottenere poi chissà cosa, in un mercato reso onnipotente, che accoglie solo le istanze pro-business e avanza i diritti che aprono nuove opportunità commerciali. Non credo fosse nelle loro intenzioni, ma era prevedibile.

Sulla sovranità.

Si parla di sovranismo in senso negativo, senza fare alcune distinzioni importanti. Massimo Luciani ancora nel 2006, in “Costituzionalismo irenico e Costituzionalismo polemico”, aveva ben delineato la questione. Altri costituzionalisti italiani pure, ma anche molti professori di diritto pubblico europei  hanno detto la stessa cosa. Martin Louglin, della LSE, nel 2014 scrisse il paper “Constitutional pluralism: an oxymoron” in cui smonta pezzo per pezzo la narrativa per cui sarebbe possibile la convivenza e l’interazione di costituzioni diverse nell’Unione Europea. Il problema dell’autorità è fondamentale. La sovranità non è solo legata al potere che può esercitare, potentia, ma alla legittimità di quel potere, potestas. Le due cose vengono confuse, volutamente separate, sia dal sovranismo nazionalista, sia dalla sinistra libertaria e cosmopolita, perché porrebbe dei limiti alla volontà di potenza degli interessi di parte e individuali. Ma non porli è pericoloso. Le costituzioni non sono un feticcio, servono a questo. Per esempio, sulla necessità di recuperare la capacità di spesa dello Stato, uno degli strumenti della sovranità,  siamo tutti d’accordo, però il fronte sovranista  non la vuole per usarla nei fini e nei modi della Costituzione, nel rispetto dell’articolo 41, ma per la classe industriale del paese. Non dice “prima la Costituzione”. Il nostro Sovranismo non ha nulla a che vedere con il nazionalismo e la destra regressiva.

Per riassumere, “un centro decisionale democraticamente legittimato e autenticamente sovranazionale” è una fantasia inattuabile, mentre per avviare una vera costituente europea non ci sono i presupposti: le costituzioni non si calano dall’alto e certamente non le fanno i governi.

A  chi contesta la centralità della Costituzione, dicendo che fu disattesa fin dal primo giorno, e secondo questa tesi, le costituzioni non conterebbero molto nei fatti, voglio ricordare che realizzarla subito sarebbe stato impossibile e i costituenti ne erano pienamente consapevoli, ma ha comunque permesso uno sviluppo progressivo del paese verso quei fini e in quelle direttrici. L’Onorevole Laconi , del partito comunista italiano, nella seduta del 05/03/1946: “Noi non siamo in grado oggi di stabilire delle garanzie e delle sanzioni per la realizzazione e la concretizzazione di questi diritti; ma qualcosa possiamo fare: noi possiamo fissare i principî, possiamo stabilire le direttive entro le quali dovrà orientarsi il legislatore di domani, possiamo aprire la strada a questo legislatore, togliere alcuni limiti alla sua azione. In questo senso possiamo introdurre alcuni elementi di una economia nuova, possiamo predisporre l’intervento dello Stato nella vita economica, possiamo prevedere la necessità e la facoltà per lo Stato di attuare determinati piani generali che possano coordinare le diverse attività economiche secondo un’unica direttiva e rivolgere l’attività produttiva del Paese verso gli interessi delle grandi masse lavoratrici.”

La Costituzione traccia la via Italiana al socialismo democratico, diversa dal socialismo sovietico e dalle terze vie successive. E richiede scelte coraggiose. Non basta ristabilire il Welfare State, che è compatibile anche con economie e società conservatrici, perché non entra a gamba tesa nei rapporti di forza capitale-lavoro. E’ qui il problema di certa socialdemocrazia e certo Keynesismo tradizionale, divenuto un sussidio statale al settore privato. Sono forme di compromesso che attenuano gli effetti più oltraggiosi dell’economia di mercato, ma non sono sostenibili, come la storia ha dimostrato, perché non sfidano il sistema capitalistico colpendolo al cuore, per cui questo si riproduce in forme sempre più estreme e aberranti.  Colpirlo al cuore implica ristabilire

  • il controllo democratico sulla moneta – emissione, politiche monetarie della Banca Centrale, politiche fiscali “come dove e perché” spendo e “come cosa e perché” tasso
  • il controllo e la regolamentazione del sistema finanziario nel suo complesso (bancario e ombra)
  • l’imposizionedi limiti alla rendita, finanziaria e immobiliare
  •  un indirizzo a guida statale dei processi di produzione e di innovazione, per l’apertura di nuovi mercati e nuove attività economiche orientate all’ecologia integrale, senza alimentare guerre di posizione su quelli esistenti, che vanno a colpire i lavoratori degli altri paesi
  • un ruolo attivo dello Stato nella creazione di posti di lavoro,di prima e ma anche di ultima istanza, che va ad eliminare il potere di ricatto e disciplina dell’impresa sui lavoratori. Un piano di lavoro garantito è uno strumento macroeconomico indispensabile in una economia aperta e globalizzata, che contribuisce a settare un salario minimo effettivo, a equilibrare i redditi sul territorio indipendentemente dal grado di sviluppo dell’area, ad avanzare la produttività sociale fuori mercato e il benessere delle comunità locali.

Questi sono obiettivi che devono entrare in un programma condiviso con gli altri partiti socialisti europei. E il luogo per poterli avanzare sono le istituzioni nazionali, per i motivi lungamente spiegati prima. Serve una coalizione internazionalista per il lavoro e la domanda interna, che rispetti la sovranità nazionale e la fortifichi perché possa implementare i diritti sociali, la piena occupazione garantita e il progresso e la cooperazione in Europa, che apra una via di uscita da questo disastro economico e sociale, da questi trattati e da queste istituzioni europee.

Chiara Zoccarato